immuni

E se provassimo a cambiare punto di vista? Se invece di considerare il contact tracing (su base volontaria) proposto dal governo una specie di furto di privacy istituzionalizzato, nella peggiore delle ipotesi, o un’ulteriore restrizione delle nostre libertà che siamo costretti a subire in tempi di emergenza sanitaria, nella migliore, cominciassimo invece ad intenderlo come un consapevole contributo che scegliamo di dare alla comunità di cui siamo parte per il contenimento dell’epidemia

Ora, sarebbe facile sminuire il dibattito divampato attorno al tema del tracciamento e delle applicazioni come Immuni, lo strumento scelto dal governo per consentire alle autorità sanitarie di mappare l’andamento del contagio e le reti sociali attraverso cui il virus potrebbe continuare a diffondersi, una volta rimosse le misure di contenimento. In fondo, sono anni ormai che affidiamo a società private – che hanno fondato proprio su questo il loro modello di business – dati sui nostri spostamenti quotidiani, sulle nostre preferenze di consumo, sui nostri orientamenti elettorali, sui nostri contatti sociali, e tutte quelle tracce che più o meno consapevolmente lasciamo dietro di noi in ogni singolo secondo della nostra vita online. 

Insomma, è da tempo che cedi a Zuckenberg i tuoi dati, e senza neanche preoccuparti troppo di avere indietro le adeguate garanzie di protezione (vedi il caso di Cambridge Analytica), e adesso sarebbe un problema un’applicazione che comunica via bluetooth con i telefoni delle persone che incontri negli spostamenti casa/lavoro/palestra

E tuttavia, liquidare così il discorso sarebbe sbagliato e fuorviante. Innanzitutto, perché ci induce a ridurre la questione ad un semplice problema di privacy, quando in realtà non è così. Al contrario, come segnalano i numerosi esperti che hanno firmato una lettera aperta rivolta al governo,  pubblicata sul sito del Centro Nexa su Internet & Società del Politecnico di Torino, “i sistemi di sorveglianza e profilazione di massa resi possibili dalle tecnologie digitali generano facilmente diseguaglianze e discriminazioni, e senza adeguate e stringenti garanzie possono minare l’esercizio di tutti i diritti della persona, nessuno escluso.” Si tratta, con ogni evidenza, di una deriva che è fondamentale evitare, e per questo è utile a tenere alta l’attenzione e spingere perché siano adottate soluzioni tecniche che garantiscano invece tutela dei diritti di tutti.

In secondo luogo, mantenere su questo binario il dibattito sulla tutela della privacy è un errore perché alimenta la tossica narrazione fondata sullo scontro tra lo “Stato severo controllore” e i cittadini indisciplinati che ne subiscono malvolentieri l’iniziativa, fomentando da un lato la sfiducia nei confronti delle Istituzioni, e dall’altro aumentando le istanze di interventi paternalistico-repressivi da parte del governo, del genere: se non scaricate tutti l’applicazione, alla fine saremo costretti, per il vostro bene, ad obbligarvi (come qualcuno in effetti sta già chiedendo di fare).

Un’ulteriore effetto sarebbe poi quello di diffondere un’eccessiva diffidenza generalizzata nei confronti degli strumenti digitali, in un Paese già abbastanza tecnofobico di suo. Insomma, non servirebbe a nulla, aumentando i rischi che in assenza di un’efficace mappatura del contagio, dalla fase due, quella di convivenza con il virus, si torni alla fase uno: tutti di nuovo in quarantena fino a quando non arriva il vaccino. No. Perché l’uso della tecnologia digitale e del tracciamento dei contatti risulti davvero funzionale al contenimento dell’epidemia e al superamento dell’emergenza sanitaria, è fondamentale la cooperazione e la responsabilizzazione dei cittadini. Per questo occorre cambiare paradigma, ed intendere la fruizione dei nostri dati personali da parte delle autorità come una disponibilità che scegliamo consapevolmente di concedere, allo scopo di contribuire alla lotta contro il virus.

È però necessario che la tecnologia utilizzata per il contact tracing resti a base volontaria, innanzitutto,  e che garantisca protezione dei dati, trasparenza, verificabilità e assoluta sicurezza. Sapere in ogni momento cosa stiamo condividendo, e in che modo lo strumento scelto dal governo organizza lo stoccaggio dei dati garantendo comunque che restino nella nostra disponibilità, e al riparo da incursioni di soggetti non autorizzati, che potrebbero usare quei dati per scopi ed interessi diversi da quelli per i quali abbiamo scelto di metterli in condivisione. E sembra proprio siano questi i criteri che i programmatori di Immuni stanno seguendo, optando per il cosiddetto modello “decentralizzato” che permette una maggiore protezione della privacy.

Insomma, seguire una strada che consente di sfruttare gli strumenti digitali e la rete puntando a recuperarne la potenzialità originaria di generare empowerment – nel senso di acquisizione di consapevolezza e controllo sulle proprie scelte – da parte del cittadino-utente. Dal restare a casa e lasciare agli operatori sanitari il compito di affrontare l’epidemia, alla fase in cui possiamo dare un contributo volontario e fattivo.

E del resto, la possibilità di mettere in comune i propri dati, soprattutto quelli relativi agli spostamenti, è da tempo considerata un’opportunità che consentirebbe di rendere più efficienti numerosi servizi pubblici, dai trasporti alla sanità, a maggior ragione a fronte di una situazione di emergenza come l’attuale.

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