fertilità italia

Mentre il Presidente del Consiglio dichiarava lo stato di emergenza e metteva sotto chiave il Paese, in rete già impazzavano meme e battute: c’era chi teorizzava la “tregua costume” più che la “prova costume”, chi sosteneva che quest’anno il regalo lo avrebbero dovuto fare le maestre alle mamme e chi era pronto a scommettere sul baby boom post Coronavirus

Ma se è vero che stando a casa (complice la noia) si mangia di più e che i genitori sono ormai prossimi all’esaurimento nervoso, sarà altresì vero che tra nove mesi nasceranno più bambini in Italia?

Secondo Kenneth Johnson, Professore di Sociologia e Demografia all’Università del New Hampshire, intervistato dalla CNN, non sarà così. Almeno per gli Stati Uniti. La colpa è dell’attuale contesto storico, tutt’altro che positivo per pensare di mettere al mondo una vita e delle prospettive economiche – non propriamente rosee – che scoraggiano tale scelta. Diversamente dai passati blackout elettrici di New York o dagli uragani che hanno spazzato via interi stati, questa volta non si prevede un’impennata delle nascite. Eventi come questo, spiegano gli esperti, non si risolvono in un batter d’occhio e impattano negativamente pure sulla fertilità

E in effetti anche nel nostro Paese, sempre per colpa del Coronavirus, potrebbero non venir mai alla luce migliaia di bambini. Parliamo delle nascite ottenute grazie alle tecniche di procreazione medicalmente assistita, che solo nel 2017, secondo l’ultima relazione del Ministero della Salute, sono state oltre 13 mila. Infatti, un’ordinanza del Ministro Speranza ha momentaneamente sospeso l’inizio di nuovi cicli presso i 366 centri della fertilità ai quali, ogni anno, si rivolgono quasi 80 mila coppie e nei quali vengono effettuati ben 98 mila trattamenti. Un ulteriore attentato al libero arbitrio dunque che non solo si riverbera sulla scelta di volere un figlio a tutti i costi, ma anche sulla decisione di non volerlo affatto, almeno non ora.

Sì, perché con il lockdown, oltre ai bar e ai ristoranti, restano chiusi anche i consultori. A denunciare la cosa è stata Silvana Agatone, Presidente della LAIGA (associazione a difesa della legge 194) che spiega come l’emergenza sanitaria stia negando un diritto sacrosanto. Infatti, molti reparti deputati all’interruzione volontaria di gravidanza sono stati destinati ai malati di Coronavirus, e gli anestesisti non obiettori spostati nelle terapie intensive. “È una tragedia nella tragedia – ha dichiarato Agatone – so di ragazze che si sono dovute spostare da Torino a Caserta per poter abortire. Donne ormai vicine alla scadenza delle dodici settimane respinte da tutti i centri. Ci sono consultori che non rilasciano più i certificati. Nonostante il ministero della Salute abbia specificato che l’interruzione volontaria di gravidanza rientri negli interventi indifferibili, molte strutture hanno invece equiparato gli aborti agli interventi di routine e fermato gli accessi.”

Assieme ad altre 4 associazioni, la LAIGA ha così inviato una lettera (sottoscritta, tra gli altri da Saviano e Boldrini) al Ministro Speranza, al Presidente del Consiglio Conte e all’Aifa, per chiedere “misure urgenti” per garantire gli aborti, privilegiare la procedura farmacologica, eliminare i ricoveri obbligatori e promuovere l’assunzione della pillola a domicilio

A farsi avanti anche la SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) il cui Presidente, Antonio Chiantera, si dice “favorevole a una maggiore diffusione dell’aborto farmacologico, a tutela della salute e dei diritti delle donne, che rischiano di essere negati a causa dell’emergenza sanitaria in corso” pur “attuando le procedure ritenute giustamente indifferibili, e al contempo ponendo in essere tutte le misure utili a contenere e contrastare il diffondersi della pandemia”.

Accade così che anni di battaglie femministe, di scontri ideologici e di sperimentazioni finiscono in fumo in un secondo per colpa di un virus; e vogliamo sperare che questi “ostacoli” di oggi saranno un lontano seppur triste ricordo quando arriverà il giorno dopo.

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