nannicini

La task force di esperti che accompagnerà il Paese verso la “Fase 2”, ossia quella della ripartenza, è pronta. Diciassette tra economisti, psicologi e manager – sotto la guida dell’ex AD di Vodafone, Vittorio Colao – affiancheranno il comitato tecnico scientifico, contribuendo così a far ripartire l’Italia. Stavolta speriamo per davvero!

Rimandate quindi le passeggiate all’aria aperta dopo il 3 maggio, cosa dobbiamo aspettarci da questa seconda Fase? Di cosa si tratta? Lo abbiamo chiesto a Tommaso Nannicini, Professore di Economia alla Bocconi nonché membro della Commissione Lavoro al Senato.

“Intanto in politica il termine Fase 2 non ha mai portato benissimo, preferisco parlare di transizione al di fuori dall’emergenza. Perché è importante dire la verità alle persone: questa transizione sarà lunga. Ci vorranno minimo 12-18 mesi, durante i quali dovremo convivere con il virus. Non c’è nessun derby tra salute ed economia, perché rischiare un nuovo picco di contagi anche in autunno significherebbe assestare un colpo mortale all’economia.”

Eh già, la strada sembra ancora lunga e tutta in salita…

“Inutile negarlo, abbiamo bisogno di un sistema di test e di tracciamento per seguire contagiati e immunizzati, ma abbiamo anche bisogno di un piano organico e graduale per far ripartire progressivamente la nostra economia. Non possiamo pensare di premere un bottone e tornare a prima del Coronavirus. Servirà una fase graduale in cui lo Stato – che ci piaccia o no – dovrà prendere molte decisioni.”

Niente bacchetta magica dunque…

“Torneremo alla normalità, che sarà poi una nuova normalità, ma non nell’immediato. Finché non avremo un vaccino da somministrare a tutti o una massa sufficiente di immunizzati, sarà complicato ricominciare la vita di prima. Se non continuiamo a prendere una serie di decisioni o di accortezze, che purtroppo limitano la nostra libertà e moltiplicano i nostri bisogni, rischiamo un nuovo picco di contagi che sarebbe un colpo mortale non solo per la nostra economia, ma anche per il nostro tessuto sociale.”

Tante ipotesi sul tavolo e altrettante previsioni. Sembra di giocare da oltre un mese a una partita di Texas Hold ‘em. Quali esercizi riapriranno per primi e ancora per quanto dovremmo indossare la mascherina e rispettare la distanza di sicurezza?

“Non ha senso parlare di date, perché ora è importante capire e spiegare il come. Ed è per questo che serve un piano strutturato: per un periodo abbastanza lungo vivremo in un’economia della separazione. Dovremo imparare ad adottare una serie di accortezze rispetto a come lavoriamo e viviamo la socialità. Sarà necessario capire da quali categorie di lavoratori e da quali filiere produttive ripartire ma, soprattutto, comprendere quali tipi di investimenti effettuare, affinché le imprese possano ricominciare e riorganizzare il proprio lavoro mettendo tutto il personale in sicurezza.”

Serviranno verifiche capillari per accertarsi che vengano rispettati gli standard di cui parla…

“Per questo serviranno anche molti investimenti da fare, lato ispezioni e controlli. Ora come ora ASL e Ispettorato non hanno i numeri e la preparazione per assolvere un compito così enorme, in una fase di transizione così lunga. Quindi prima ancora di pensare a chi riparte, come vede, dovremmo investire su idee e risorse per capirne le modalità.”

A cosa pensa esattamente?

“Non dobbiamo ragionare solo sui servizi essenziali; occorre intercettare parte della domanda internazionale per i beni e i servizi derivanti da un’economia della separazione. Per molti mesi, tantissimi Paesi vivranno in questo stato, non solamente l’Italia, e ci sarà inevitabilmente una richiesta di competenze specifiche: dalle professionalità in ambito digitale e sanitario, passando per designer e architetti – che saranno chiamati a ripensare gli spazi sia pubblici sia privati -, fino ad arrivare ai manager che si vedranno inevitabilmente costretti a modificare gli schemi di organizzazione aziendale. Insomma, molte di queste figure che il resto del mondo ci invidia dovranno essere messe in condizione di ripartire e intercettare una fetta della domanda che genererà la fase di transizione.”

Tuttavia dobbiamo fare i conti con la realtà, perché da troppo tempo oramai ci sono anziani isolati che hanno bisogno dei propri familiari, mamme che hanno bisogno di un aiuto concreto e prossime all’esaurimento nervoso…

“Questo è un altro tema enorme e, come ho detto sin dall’inizio, è doveroso essere sinceri. Considerato che la transizione non sarà breve, dobbiamo attrezzarci, non solo per affrontare un’economia della separazione ma anche per pensare a un welfare della separazione. Parliamo di un sistema sociale che non si limita a garantire un reddito per far arrivare a fine mese chi non potrà tornare immediatamente a lavorare, ma che dovrà farsi carico di nuovi bisogni. Non possiamo lasciare soli gli anziani o i bambini, e le cure dovranno essere erogate in maniera innovativa. Penso all’assistenza domiciliare e alla telemedicina. Penso anche a tutti quei pazienti cronicizzati o alle persone con disabilità e non autosufficienti. Esiste una parte della nostra popolazione estremamente fragile che non deve essere abbandonata. Sarà quindi importante attrezzarci per capire come poter stare accanto a queste persone, soprattutto quando i loro cari torneranno pian piano a lavorare.”

A proposito di questo, chi potrà tornare effettivamente a lavorare e chi no? Immagino che gli ultimi a tornare in ufficio saranno coloro che potranno continuare a operare tramite telelavoro come consulenti, giornalisti e liberi professionisti…

“Senz’altro, in questa fase di transizione, tutto quello che è attivabile in Smart Working resterà tale, facendo tuttavia in modo che questa nuova modalità con la quale abbiamo imparato a convivere venga inserita nei processi organizzativi in maniera un po’ più sistematica. E anche su questo fronte è necessario fare degli investimenti tecnologici e formativi.”

Già, la formazione, e con essa mi vengono in mente le scuole… un tema altrettanto dibattuto…

“Sì, su questo c’è poi una questione stringente legata allo studio e ai problemi sociali collegati all’isolamento. Non dobbiamo dimenticare che in Italia il 12% delle famiglie con minori non ha né un computer né un tablet, e la cifra sale al 25% se si parla del Sud. Parliamo di ben 470 mila ragazzi. Inoltre, un quarto dei nuclei familiari vive in una condizione di sovraffollamento, addirittura la metà quando si parla di famiglie con bambini. Perciò, in questo contesto, è fondamentale capire che il diritto alla connessione è un diritto di cittadinanza, ed è opportuno attivarsi per assegnare risorse a chi non ne ha. Senza considerare la necessità di abbattere una volta per tutte il digital divide. E anche per questo dobbiamo puntare su nuovi investimenti.”

Ecco, parlando di investimenti, c’è un comparto che più di tutti rischia di finire al collasso. Mi riferisco a quello degli eventi. Concerti e spettacoli saranno gli ultimi a ripartire, per ovvi motivi. Quali misure dovrebbero a suo avviso essere adottate per tutelare un settore importante come questo?

“Sono tanti i settori che saranno duramente colpiti dalla pandemia. Si va dal turismo alla ristorazione, dagli eventi culturali alle manifestazioni sportive. Qui bisognerà agire su due fronti: in primo luogo garantire la liquidità a imprenditori e lavoratori autonomi – affinché sopravvivano a questa transizione – e investire sul digitale, in secondo luogo trovare modi innovativi per rispondere alla domanda di bello e di cultura con nuove forme di aggregazione. Mi rendo conto che non sarà affatto semplice ripensare alla musica e all’intrattenimento senza assembramenti, ma proprio in ragione di ciò dovremmo da un lato concentrare le risorse nella fase di transizione e dall’altro aiutarli a innovare per intercettare nuovi servizi e prestazioni.”

Accennava al settore turistico, un’entrata considerevole per il nostro Paese che quest’anno verrà meno. Viene da sorridere a pensare che, secondo le stime dell’ENIT, quest’anno, in considerazione dei recenti accordi tra le due nazioni – ci saremmo dovuti aspettare un boom di turisti cinesi.

“Dubito che questa estate sarà un’estate normale. Motivo per il quale è probabile che si punterà tutto sul turismo interno, aspetto che va programmato sin da ora.”

Peccato che molti lavoratori – nel mese di marzo – hanno usufruito già di ferie e permessi. Sarà complicato per questi ultimi andare in vacanza…

“Infatti se da una parte dovremo aiutare gli operatori del settore a intercettare quel poco di domanda che ci sarà, dall’altra parte tale domanda andrà comunque liberata. Tutto ciò, fermo restando che difficilmente sarà possibile fare ricezione alberghiera o ristorazione come la si faceva prima della pandemia. L’offerta dovrà essere rimodulata per consentire di continuare a rispettare presso hotel, bar e ristoranti gli standard di sicurezza, anche se non in modo così stringente come adesso. Ma un altro aspetto di cui non possiamo non tenere conto riguarda il rischio di una polarizzazione dei consumi turistici, con un duro colpo a quello di massa. Se questa condizione si verificasse è logico pensare a una contrazione delle entrate per il settore, perché andare in vacanza per coloro che dispongono di meno liquidità sarà difficoltoso. In parole povere: chi avrà la casa al mare partirà ad agosto, mentre chi solitamente era abituato a passare le ferie negli alberghi con pensione completa o presso i campeggi, probabilmente resterà a casa. E questo è un tema da porsi anche in un’ottica di giustizia sociale. Ma ripeto, bisognerà vedere a che punto della transizione saremo in estate; finché non ci dotiamo alla svelta di un sistema per monitorare in modo serio e tempestivo i dati sui contagi e sugli immunizzati, non possiamo fare pronostici.”

Passiamo dal turismo all’export, che in Italia vale ben il 32% del PIL. Con il freno delle esportazioni subiremo una consistente perdita, non vi è dubbio. Non è forse il caso di mettere in campo una strategia per far ripartire in modo consistente il nostro mercato interno – anche intraeuropeo – così da attenuare gli effetti negativi di una futura crisi globale?

“Guardi, la globalizzazione cambierà ma non morirà, se è questo che mi sta chiedendo. Le dirò di più, ci siamo accorti che alcuni ambiti sono risultati importantissimi in questa fase, come ad esempio la scienza, la tecnologia e il digitale. Campi che sono nati in un mondo aperto e condiviso. E di questa apertura e condivisione abbiamo ancora un disperato bisogno per risolvere i nostri problemi. Chiaro è che andranno riorganizzati in maniera nuova. Un Paese come l’Italia, con il suo tessuto sociale e produttivo, non può chiudersi al mondo. Non usciremo di certo da questa crisi con la sola domanda interna. Ci sarà un aggiustamento nei processi di globalizzazione, ma dubito che si tornerà indietro. E neanche me lo auguro. Impareremo a vendere il nostro Made in Italy in modo innovativo, perché sparirà la domanda internazionale di alcuni beni e servizi e ne emergerà un’altra che dovremo essere capaci di intercettare. Comunque chiuderci sarebbe un errore.”

Tornando ancora alla sfera lavorativa, con l’arrivo del Coronavirus molte categorie non hanno potuto “sperimentare” il telelavoro. Soprattutto colf e badanti, decisamente poco tutelate dai CCNL ma che tuttavia svolgono un mestiere essenziale…

“Quello dell’assistenza è un settore che avremmo dovuto tutelare già nel primo decreto. Mi auguro quindi che con il prossimo decreto vengano introdotti strumenti di garanzia del reddito per colf e badanti ma soprattutto – considerato che sarà un settore in crescita – dobbiamo fare in modo che ci sia sempre più emersione, più regolarità e più diritti. Con questa crisi stiamo poi riscoprendo l’importanza di alcuni lavori, spesso manuali o di cura, che non hanno avuto in passato una sufficiente remunerazione economica o sociale. Per questi serve un’attenzione maggiore. Penso anche alla filiera dell’agroalimentare dove ora, per via della pandemia, intere produzioni e raccolti hanno subito uno stop. Abbiamo lavoratori stranieri irregolari che stanno dando un contributo importante spesso in condizione di sfruttamento e che sarebbe giusto regolarizzare per consentire a questa filiera di avvalersi della loro cooperazione.”

Per concludere: provvedimento liquidità. Lo scontro interno al Governo sul ruolo di SACE (il soggetto che dovrà gestire una parte cospicua degli oltre 350 miliardi destinati alle imprese) come dobbiamo leggerlo? Possiamo definirlo scontro politico tra M5S e PD o ci sono ragioni specifiche, come una maggiore velocità di erogazione…

“Non ho partecipato al processo, quindi mi limito alla lettura dei giornali. Francamente, se era dettato da un’esigenza di snellimento delle procedure, il risultato ottenuto non è stato a mio avviso dei migliori, perché comunque il sistema di erogazione mantiene troppe complessità e anche l’effetto leva di quei fondi è tutto da verificare rispetto ai numeri che sono stati annunciati. Non basta dichiarare che si farà tutto il possibile. Meglio sarebbe monitorare gli interventi passo dopo passo per fare in modo che sia realmente così. Credo che sulla materia saranno necessari altri ritocchi.”

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