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Una, se non forse la principale, delle cose che mi manca maggiormente è senza dubbio poter andare in giro a fotografare. È il mio momento, che coltivo in maniera quasi liturgica, una sorta di catarsi. Lontano dall’essere un professionista, vivo e ricerco quei momenti ogni volta come se fossi un bambino, bighellonando senza meta, spesso con un amico, a volte in maniera del tutto casuale per la città alla ricerca dell’attimo e della luce che sintetizzino al meglio la mia visione del mondo. L’aspetto troppo tecnico mi interessa fino ad un certo punto, quello a cui guardo con interesse è la composizione, la prospettiva, l’espressione che nel loro complesso riescono a suscitare in me una sensazione.

Cartier-Bresson (non ho pretese così alte) lo chiamava “il momento decisivo”, che allude alla ricerca di cristallizzare l’esatta frazione di secondo che sembra contenere in sé tutto il suo peso emozionale all’interno di un contesto più ampio. Lui diceva: “Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell’intuito e della spontaneità… Per “dare un senso” al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione”.

Senza ombra di dubbio, la fotografia ha mille linguaggi, tutti degni, io parlo solo di quello più vicino a me. La comunicazione sotto la lente professionale, ma soprattutto la passione per la fotografia mi hanno portato in questi giorni ad osservare il “racconto” attraverso le immagini di fotografi noti e non, spesso in veste di reporter di guerra.

Strade deserte, infermieri in prima linea, persone intubate, file di letti d’ospedale l’uno accanto all’altro, volti segnati dalla stanchezza e dagli elastici delle mascherine che insistono sulla pelle, saranno le immagini che caratterizzeranno questo 2020. Alcune di queste, già si sa, saranno iconiche. Come quella della povera infermiera stremata dalla fatica che si accascia addormentata sulla scrivania.

O di Papa Francesco, nell’assordante silenzio di Piazza San Pietro, durante l’omelia pronunciata contro il Coronavirus. Alcune di queste saranno riprese nelle attesissime raccolte del “New York Times” o del “The Guardian” pubblicate sotto forma di galleria il prossimo dicembre. Ma che rappresenteranno queste giornate anche tra cent’anni.

La curiosità – che sia sempre lodata – mi ha spinto a cercare foto che raccontassero storicamente momenti analoghi, connessi alle pandemie, per capire se e come fosse cambiata la narrativa. Ho ritrovato un bel po’ di foto scattate durante la cosiddetta “spagnola”, che – come oramai è noto viste le migliaia di ricerche sul web – è stata una delle pandemie più efferate dell’era moderna, che in soli due anni (1918-1920) sterminò decine di milioni di persone in tutto il mondo. Cambia il contesto storico, ma ritornano i simboli. Incredibile come molte di queste ritraggano situazioni identiche a distanza di un secolo, quasi esatto.

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A differenza di ieri, oggi mi è parso di notare quanto alcuni fotografi a causa di un’effettiva impossibilità di muoversi, di essere fuori, si siano concentrati a raccontare quanto accade tra le loro quattro mura di casa o di qualche supermercato, nella quotidianità della loro quarantena, che si fa sempre più sentire e alla quale nessuno di noi era abituato. L’ho trovato un esercizio di creatività enorme, facendo scaturire una poetica dell’immagine molto forte. O banalmente sono io che ci faccio maggiormente caso.

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E domani? Non so. Siamo sopraffatti dalle immagini, ma sono davvero poche, pochissime quelle che ti restano. Io personalmente sono certo che domani quando ritornerò a ricalcare di nuovo le strade a modo mio, mi porterò due cose: non dare mai più per scontata la libertà, quella che mi consente di andare in giro dove meglio credo per fotografare, di approfittare del mio tempo. E direi anche un nuovo punto di vista, che mi ha spinto a sperimentare, andando un pochino oltre i miei limiti visivi, fotografando a prescindere dall’idea che c’è dietro. 

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PS: Il titolo è chiaramente un omaggio a Robert Capa. Mi lascio con una domanda, chissà come l’avrebbe vissuta lui la “restrizione domiciliare”?

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