silver economy

Alain Delambre, ex capo delle risorse umane di una piccola azienda francese,  licenziato per la sua età troppo avanzata, svolge da sei anni lavoretti umilianti che non gli consentono di andare avanti. È il personaggio principale della prima serie (thriller) contro la discriminazione per età, “Dérapages”, presentata ora in Italia da Netflix col titolo Lavoro a Mano Armata”. Forse la prima opera, abbastanza forte – against ageism – contro l’ageismo, inglesismo con cui si  intende una “stereotipizzazione o discriminazione dovuta all’età”. Una discriminazione che il Covid-19 ha reso letale. 

“Serve un cambio di direzione, una rivolta morale: i più vulnerabili non devono essere considerati un inutile peso”. È scritto nell’appello di intellettuali e politici europei, promosso da Mario Giro, per chiedere a tutti i governi dell’Unione una maggiore etica democratica, il rispetto degli anziani ed il rifiuto di una “sanità selettiva” che privilegi la cura dei pazienti più giovani a scapito degli anziani. Un appello cui è impossibile non aderire. 

La questione però riguarda le conseguenze inevitabili del progresso e insieme il fallimento delle politiche previdenziali e sanitarie fondate su efficienza e sostenibilità economica, più che sull’efficacia. L’allungamento della vita ha prodotto squilibrio demografico, con relativa insostenibiltà delle politiche sanitarie e previdenziali. Ed una parte della “peculiarità italiana” dell’epidemia  si deve a questo.  Questa svolta demografica ha portato alla contrapposizione tra difesa dei diritti acquisiti e creazione di nuovi lavori, oltre che alla falsa alternativa tra i posti di  lavoro “dei vecchi” e “dei giovani”. Ciò che viene banalmente attribuito al “liberismo selvaggio” è piuttosto dovuto all’arretratezza e alla ricerca di consenso nelle politiche di welfare e del lavoro. Uno scontro generazionale che ha prodotto distorsioni e pregiudizi. Incluso il meme ok boomer che, contrapponendo “Generazione Z” e “Millennials” ai “Boomers”, ha segnato la fine delle relazioni intergenerazionali “amichevoli”, già prima della catastrofe.

Non basta una petizione di principio o un appello a non discriminare nella cura: oltre le necessità, occorre saper indicare anche il valore del capitale umano over 60. Bisogna rispondere alla domanda “a che servono gli over 60”, se e perché pensiamo – sbagliando – che siano sacrificabili. La  strada della medicalizzazione assistenziale del consenso è sbagliata quanto la discriminazione d’età.  Non ci sarà iper mortalità da pandemia o follia no vax che rovesci il miglioramento dell’aspettativa di vita. Deve migliorare ed essere attiva (active ageing) la qualità della vita di chi ha più di 50 anni.  

OMS, OCSE  e i Paesi più longevi come il Giappone, si muovono in due direzioni: miglioramenti e innovazioni della cura, healthy ageing, ma anche active aging e Silver Economy. Come ricorda  l’Osservatorio Senior,  “Farmaceutica, Servizi per la Salute e Residenze per Anziani” fanno da protagonisti, ma si sta parlando di una novità che riguarda anche il mondo dei servizi culturali e ricreativi, i viaggi e il turismo, la domotica e il digitale diffuso, l’alimentazione e la nutraceutica, così come i servizi bancari e assicurativi e l’immobiliare per i senior. Persino il fashion, non citando i settori dove l’impatto della silver economy può essere più rilevante e per non dire delle possibilità di lavoro e di scambio di competenze intergenerazionali. Perché non pensare ad una silver revolution che consideri strategico il ruolo degli over 60? Proteggendo la loro vita (anche in attività) e riduca la debolezza e la vulnerabilità di tutti. 

Insomma, salvare la vita di chi è vulnerabile è un valore che definisce la società, ma considerare l’apporto rappresentato dagli over 60 è anche un “dovere utile” perché aggiunge valore a chi può svolgere un ruolo diverso, in diverse età. Continuare a lavorare, in condizioni e con modalità  appropriate, è per tanti una garanzia di benessere, un contributo al miglioramento del capitale umano generale ed una riduzione degli oneri del divario demografico. Non si può pensare alla salute di chi invecchia se non si da diritto e valore sociale alla attività di chi può svolgerla.  

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