smartworking

Con il lockdown molti italiani stanno sperimentando un nuovo modo di lavorare. Lo chiamano Smart Working, e secondo alcuni è tutt’altro che divertente. Ne è convinto, per esempio, l’architetto e senatore a vita Renzo Piano che, in un’intervista pubblicata ieri sul Corriere a firma di Aldo Cazzullo, taglia corto: “Lo smart working è un esperimento interessante? Col piffero. Se non vai in giro, se non trai ispirazione dalla realtà, come fai a lavorare, a creare?”. Aggiungendo così altra carne a cuocere ad un dibattito che anima da settimane l’Italia del Covid-19.

Ma siamo sicuri che parliamo tutti della stessa cosa? Non è che, al momento, stiamo semplicemente sperimentando qualcosa di ibrido e incompiuto, che sarebbe meglio definire come Remote Working?

Vediamo di fare chiarezza. Secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, lo Smart Working (o Lavoro Agile) è una diversa modalità di svolgimento del rapporto di lavoro subordinato che – previo accordo tra il datore e il dipendente – si caratterizza per l’assenza di vincoli orari e spaziali nonché per un’organizzazione per fasi, cicli e risultati. In questo modo il lavoratore riesce a conciliare meglio vita privata e professionale, allo scopo di accrescere la produttività grazie a una maggiore responsabilizzazione. Questa modalità prevede, tra le varie cose, anche il superamento di concetti quali “postazione fissa”, “open space” e “ufficio” che poco cozzano con “flessibilità”, “autonomia” e “virtualità” tipici del Lavoro Agile.

Eh sì, perché il vero fine dello Smart Working è quello di connettere persone, spazi e – naturalmente – business. Tutto ciò non significa dunque lavorare esclusivamente da casa e solo attraverso gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione. Questa, infatti, è la grande differenza con il Telelavoro che non ha nulla a che vedere con la filosofia della condivisione. Nello Smart Working anche gli spazi subiscono una trasformazione, seguendo le necessità dello Smart Worker. Spazi dunque flessibili e dinamici tanto quanto il lavoratore che li abita. 

Ora, sebbene il DPCM dell’8 marzo 2020 – con l’obiettivo di contenere la diffusione del coronavirus – abbia introdotto una modifica alla legge sul Lavoro Agile del 2017 (consentendo una semplificazione per l’attivazione di questa modalità di lavoro, rispetto a quanto previsto dalla normativa di riferimento), siamo ancora lontani dal concetto intrinseco di Smart Working. O almeno per le PMI. Infatti, se da un lato molte grandi aziende si sono adoperate per supportare, anche da un punto di vista giuslavoristico, i propri dipendenti durante l’assenza dagli uffici, le realtà imprenditoriali più piccole difficilmente hanno avuto il tempo, ma soprattutto le risorse economiche e umane, per mettere in piedi percorsi formativi ad hoc a sostegno del lavoro a distanza tra cui: check-up dei processi o consulenze online per agevolare le interazioni tra i dipendenti.

Ma facciamo un passo indietro

Nonostante il nostro Paese abbia disciplinato negli ultimi anni lo Smart Working (Legge 81 del 2017), quante sono le imprese che effettivamente hanno deciso di applicarlo? Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio sullo Smart Working, diffusi a ottobre 2019, ben il 58% delle grandi aziende ha attivato progetti strutturati di Lavoro Agile, mentre la percentuale si è attestata solo al 12% per quanto concerne le PMI. Se per entrambe le categorie si registra una lieve crescita rispetto al 2018, per le PMI il disinteresse verso questo tema arriva quasi al 60%. In generale, tra le principali criticità riscontrate, alcuni manager puntano il dito contro la gestione degli smart worker e in particolare verso la gestione delle urgenze, l’utilizzo delle tecnologie e della pianificazione delle attività. Per molte PMI, inoltre, risulta complicato applicare tale modello alla propria realtà (68%), senza considerare un ulteriore scoglio: la resistenza dei capi (23%). Alla base di tale diffidenza vi è la convinzione che lo Smart Working significhi ancora oggi “lavorare da casa”, cosa pertanto impensabile laddove sia necessaria la presenza fisica del dipendente. Ma – lo ribadiamo – il Lavoro Agile non è sinonimo di Telelavoro. Ce lo spiega Laura Di Raimondo, Direttore Asstel (associazione che rappresenta, all’interno di Confindustria, le imprese della filiera TLC): “Lo Smart Working non è solo dare un pc, connessione e uno smartphone alle persone. Coincide con la smaterializzazione del luogo e dell’orario di lavoro, riconoscendo ai lavoratori fiducia, responsabilità e autonomia. Quindi un ruolo particolarmente importante è quello dei manager che devono imparare a coordinare le persone sulla base di un nuovo modello di leadership”. 

Se ora come ora questo modello di lavoro si è rivelato strategico per alcuni settori, cosa dobbiamo aspettarci il giorno dopo il lock down? “Una volta superato il momento dell’emergenza – prosegue Di Raimondo – dovremo investire sempre di più sulle persone, sui nuovi modelli organizzativi e di leadership. Disegnare e progettare il lavoro nel ‘Nuovo Mondo’ è urgente e imprescindibile. Dobbiamo anticipare il futuro e guidare la rivoluzione digitale. Con coraggio. Il processo di cambiamento verso lo Smart Working deve essere indirizzato operando in un quadro integrato (imprese, persone, parti sociali, università). Il domani lo costruiamo oggi e sarà decisivo avere audacia e visione per cambiare davvero e, non solo per non farci trovare impreparati. Basti pensare che solamente nelle imprese della filiera italiana delle Tlc abbiamo circa 65.000 persone che già operano in Smart Working. Questo coincide con il 50% della dimensione complessiva dei nostri dipendenti e progressivamente questo numero cresce, con un enorme sforzo delle nostre imprese.”

Tra le – ancora – poche PMI che si sono approcciate allo Smart Working vi è MailUp Group, attiva nel campo delle tecnologie per il marketing in cloud e quotata alla Borsa di Milano dal 2014. La necessità di attrarre ruoli di difficile reperimento come sviluppatori e data scientist da un lato e la carenza di spazi adeguati dall’altra, hanno portato la direzione a optare per il Lavoro Agile. Dopo un’iniziale fase di sperimentazione, della durata di un anno, l’azienda consente oggi ai propri dipendenti di lavorare in un luogo diverso dagli uffici fino a 3 volte a settimana. Corsi di formazione, dashboard e workshop sono solo alcuni degli strumenti utilizzati per misurare l’andamento del lavoro. Quanto alle sedi aziendali di MailUp Group, gli spazi sono stati riorganizzati in ottica smart con uffici condivisi, locker al posto delle classiche cassettiere e oltre 10 sale meeting. Le rilevazioni fatte non hanno evidenziato aspetti negativi; work-life balance migliorato del 74% e produttività aumentata del 59%. E i dipendenti? Anch’essi soddisfatti con la media dell’8 su 10

Ma conti alla mano, questo Smart Woking conviene davvero? Sembrerebbe proprio di sì. Infatti, sempre stando alle rilevazioni dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano questo modello, che ad oggi coinvolge circa 570 mila dipendenti in Italia, riesce a generare un incremento di produttività pari a circa il 15% per lavoratore. A questo bisogna poi aggiungere il risparmio rappresentato dal taglio dei costi, ossia quelli legati alle sedi aziendali e con essi i costi di gestione come le spese energetiche, le mense aziendali, i buoni pasto (per chi li eroga), le pulizie e la manutenzione.  Un risparmio che, solo per le locazioni, arriverebbe al 30%.

A pensarci bene, a trarne beneficio non sono solo le aziende e i lavoratori stessi ma anche l’ambiente, perché gli spostamenti in città tendono drasticamente a ridursi. Tradurre in cifre questo tipo di risparmio è tutt’altro che semplice. A tirare le somme ci sta pensando Jojob, piattaforma di carpooling aziendale. Ci siamo quindi iscritti e abbiamo fatto una simulazione. Per raggiungere la nostra redazione in motorino, in un solo giorno, percorriamo poco più di 5 chilometri in circa 18 minuti. Restando a casa, invece, oltre a risparmiare 2 euro di carburante, ogni giorno ognuno di noi eviterebbe di rilasciare 0,75 kg di CO2. E questo solo all’andata. Per farla breve, dal 9 marzo (giorno in cui è stato dichiarato il lockdown) al 31 marzo abbiamo, di fatto, contribuito a ridurre le emissioni di CO2 di 34,5 kg cad. Se volessimo estendere il calcolo ipotetico a tutti gli abitanti della Capitale si arriverebbero a superare i 99 milioni di anidride carbonica risparmiata. E in effetti basta affacciarsi alla finestra per rendersi conto di quanto l’aria ora sia decisamente più respirabile. 

Insomma, nella speranza di tornare presto a goderci le cene con gli amici e lo sport all’aria aperta, sarebbe bello se a rientrare nella “norma” fossero alcune delle abitudini vissute in questo ultimo mese per necessità. D’altro canto stare in compagnia e con la propria famiglia fa bene anche al lavoro, ed è un lusso che difficilmente riuscivamo a concederci prima del Coronavirus. E che siamo certi ci mancherà il giorno dopo.  

One thought on “Dal remote working allo smart working. Quello vero”

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