Nelle ultime settimane il movimento #BlackLivesMatter ha squarciato la supremazia mediatica del Coronavirus, incendiando gli Stati uniti e disegnando le sorti, già nebulose, del presidente Donald Trump.

La rabbia degli afroamericani è figlia di un errore nel sistema, di una disparità radicata nella storia che negli anni si è riflessa in maniera estrema nella società. Diversi leader hanno appoggiato le proteste negli USA e anche la Cina si è esposta, in maniera particolare. Lo scorso lunedì Zhao Lijian, portavoce del Ministero degli Esteri cinese, ha denunciato il dubbio standard di comportamento degli States, che all’estero si fanno portatori di libertà e democrazia, mentre in patria minacciano di aprire il fuoco sulla folla di manifestanti. Zhao ha concluso il suo discorso chiedendo agli Stati Uniti di proteggere anche le minoranze, aggiungendo: “Black Lives Matter”. Una chiusura che non ha avuto il risultato sperato, ma che ha invece scatenato una serie di nuove proteste della comunità africana in Cina, in particolare a Guangzhou, città che ospita la più grande comunità diasporica africana della Terra di Mezzo. Se gli americani hanno parlato di virus cinese, a Guangzhou si è parlato di virus africano: negli scorsi mesi è stata denunciata una crescente discriminazione nei confronti degli immigrati africani, spesso costretti a lasciare le loro case o a non poter entrare in diversi locali (emblematica l’insegna del McDonald’s che vietava l’accesso alle hēi rén, persone nere). Incidenti provocati dalla decisione del governo locale di attuare un programma di sorveglianza e test, imponendo anche una quarantena di 14 giorni a tutti i cittadini africani, indipendentemente dai loro spostamenti o dai risultati dei test.

Nonostante l’evidente natura discriminatoria di questi provvedimenti, i funzionari della città hanno negato l’esistenza di una qualsiasi forma di razzismo e anche Pechino si è esposta ricordando che la costituzione della Repubblica Popolare Cinese non ammette disparità di questo tipo. La politica del negazionismo è stata portata avanti anche dall’Ambasciata Cinese in Sud Africa e dal Global Times (giornale nazionale della RPC), ma ciò ha causato solamente l’aumento delle proteste degli immigrati e delle condanne della stampa africana, spingendo anche diversi governi del continente a prendere posizione. Non ha stupito quindi che il 30 maggio il governo nigeriano abbia deciso di evacuare 268 connazionali, mettendo anche in luce una spaccatura – a lungo taciuta – che esiste tra il trattamento riservato ai governanti e ai politici africani, rispetto a quello che ricevono gli immigrati residenti in Cina. 

Sebbene tradizionalmente Pechino abbia descritto il razzismo come un problema occidentale e sebbene non sia possibile paragonare l’atteggiamento cinese a quello americano, sono comunque visibili delle crepe. La condotta cinese è prevalentemente causata da un sospetto che di base è riservato ai tutti i wài guó rén (gli stranieri), ma un’attenzione particolare viene rivolta agli expat africani. Spesso, infatti, questi migranti sono irregolari, difficilmente tracciabili e conseguentemente dipinti in maniera negativa dalla stampa e dall’opinione pubblica. Da ricordare, inoltre, il retaggio culturale orientale che esteticamente predilige le carnagioni chiare (e, a questo proposito, in passato non sono mancati episodi di palese discriminazione in tal senso). 

In ogni caso, gli eventi che si sono susseguiti in Cina negli ultimi mesi, uniti alla condanna di Pechino nei confronti degli Stati Uniti, hanno comportato una spaccatura nelle relazioni sino-africane che storicamente sono sempre state di fondamentale importanza per l’immagine della Cina all’estero. Già nel lontano 1955 con la partecipazione alla Conferenza di Bandung, la Terra di Mezzo si è infatti dipinta come alleata dei Paesi africani e ad oggi le relazioni del continente e della Cina sono intrecciate indissolubilmente da una solida alleanza fondata sulla prosperità reciproca. Non a caso, la Cina ha costruito strade e ferrovie in Africa ed è il suo principale partner commerciale e primo creditore, con un prestito di circa 152 miliardi di dollari a quasi 50 Stati africani tra il 2000 e il 2018.

Tuttavia, le relazioni economiche e politiche tra i soli governi non aiuteranno la Cina ad affrontare questa crisi che rischia di macchiare la sua immagine di partner affidabile e paritario dell’Africa. Se l’intenzione è quella di diventare un attore di primo piano sulla scena mondiale non potrà continuare a giustificare le sue tendenze autoritarie e prese di potere guardando agli States, né potrà negare ancora le sue pecche interne che, seppur non della stessa matrice razziale, minano fortemente la sua posizione. 

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