decreti coronavirus

Era il 9 marzo quando la Presidenza del Consiglio dei Ministri emetteva il Decreto con il quale disponeva la sospensione di tutte le attività processuali fino al 23 marzo per contenere il pericolo di contagio del Coronavirus su territorio nazionale. 

Abbiamo assistito alla chiusura dei Tribunali e al rinvio d’ufficio delle Udienze già calendarizzate in questo periodo, senza conoscerne – ad oggi – la data di nuova fissazione. Abbiamo dovuto spiegare ai nostri clienti la situazione e rassicurarli che il proprio legale di fiducia non lo abbandonerà e continuerà a seguirlo come e più di prima; si, perché il rapporto cliente-avvocato si fonda sulla fiducia; una fiducia che anche dopo tanti anni di assistenza non si ha mai la certezza di averla conquistata fino in fondo. Ed ecco, allora, che ci riorganizziamo con metodi di lavoro che consentano ai collaboratori di restare a casa, ma di proseguire la propria attività di assistenza legale: dalle prime timide call-conference fino a un turbinio di video-conference per mantenere un contatto visivo con le persone. Ma non è stato sufficiente, perché col passare dei giorni e dei silenzi assordanti del Governo, sono arrivate anche le prime richieste di dilazione o sospensione del pagamento di una parcella per attività già concluse o, addirittura, l’interruzione di un contratto di consulenza “causa forza maggiore”. Già, perché in questo momento il messaggio che ha mandato questo Governo è che si possa fare a meno dell’avvocato. Restano però, di contro, le spese mensili dell’affitto di uno studio ma, soprattutto, la necessità di tutelare un gruppo – così difficile da costruire negli anni – dal pericolo di ritrovarsi senza più un lavoro e perdere per strada un giovane promettente. La situazione è questa, non copriamoci gli occhi per non vedere.  C’era quindi molta aspettativa nel Governo, affinché intervenisse con un provvedimento che fermasse questa emorragia. 

L’intervento del Governo

Il 16 marzo il Premier Conte esordiva – nell’ormai consueta conferenza stampa “social” – dichiarando che “il governo è vicino alle imprese, ai professionisti, alle famiglie, alle donne e agli uomini, ai giovani che stanno facendo enormi sacrifici per tutelare il bene più alto. Nessuno deve sentirsi abbandonato e questo decreto lo dimostra”. Con il Decreto Cura Italia (D.L. n. 18 del 17/03/2020), prosegue Conte, “offriamo sul terreno economico un modello italiano” per fronteggiare “questa grande emergenza mettendo in campo qualcosa come 25 miliardi di euro a beneficio del sistema economico italiano” e attivando “flussi per 350 miliardi”.

Un messaggio di speranza per tutti verso un futuro incerto. Eppure, leggendo il Decreto, l’art. 83 (rubricato “Nuove misure urgenti per contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19 e contenerne gli effetti in materia di giustizia civile, penale, tributaria e militare”), prevede, innanzitutto, il rinvio a data successiva al 15 aprile di tutte le udienze dei procedimenti civili e penali pendenti presso tutti gli uffici giudiziari, e la sospensione del decorso di tutti i termini processuali pendenti in questo periodo. Due, però, sono gli interventi che meritano una riflessione. Dal 16 aprile al 30 giugno il Decreto prevede: 

  • che la regola generale per tutti i processi sarà la celebrazione a porte chiuse, ai sensi dell’articolo 472, comma 3, del codice diprocedura penale, di tutte le udienze penali pubbliche o di singole udienze e, ai sensi dell’articolo 128 del codice di procedura civile, delle udienze civili pubbliche”. Inoltre, nelle sole “udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori e dalle parti” si farà utilizzo di “collegamenti da remoto individuati e regolati con provvedimento del Direttore Generale dei Sistemi Informativi e Automatizzati (D.G.S.I.A.) del Ministero della giustizia”;
  • che l’eccezione alla regola generale riguarderà le sole udienze penali con persone detenute, internate o in stato di custodia cautelare per le quali “sarà assicurata la partecipazione, ove possibile, mediante videoconferenze o con collegamenti da remoto individuati e regolati con provvedimento del D.G.S.I.A., in quanto compatibili”;

Il D.G.S.I.A., da parte sua, con nota n. 3413 del 10/03/2020, aveva già sancito all’art. 3 che “possono essere utilizzati i collegamenti da remoto [n.d.r.: “Skype for Business” e “Microsoft Teams”] laddove non sia necessario garantire la fonia riservata tra la persona detenuta, internata o in stato di custodia cautelare ed il suo difensore e qualora il numero degli imputati, che si trovano, a qualsiasi titolo, in stato di detenzione in luoghi diversi, consenta la reciproca visibilità”, così introducendo nel processo penale i due suddetti strumenti di comunicazione digitale.

I limiti del Decreto sul sistema giudiziario

Questo cosa significa: che dal 16 aprile gli Avvocati penalisti che seguono processi per imputati liberi dovranno recarsi per “esigenze lavorative” (v. D.P.C.M. dell’8 e 9 marzo 2020) nelle aule di Tribunale, ovviamente rispettando le dovute accortezze igienico sanitarie che il Presidente del Tribunale disporrà tra quelle indicate nel Decreto Cura Italia. Quanto ai Clienti, la loro libertà di movimento sarà garantita dall’ulteriore deroga al D.P.C.M. dell’8 e 9 marzo 2020 rappresentata da “situazioni di necessità”, tale potendosi intendere quella di partecipare personalmente ad un procedimento penale in cui essi stessi sono coinvolti. In ogni caso, però, non può sottacersi che, in relazione agli spostamenti extraterritoriali, la maggior restrizione introdotta per il periodo di operatività del solo D.P.C.M. 22/03/2020, accanto alla deroga per lavoro, non prevede più la deroga per necessità, sostituita dalla più stringente deroga per “assoluta urgenza”: appare, quindi, assai difficile che questa possa considerarsi valida per giustificare la partecipazione fisica ad un procedimento extraterritoriale. A fronte di ciò, ed all’esistenza di altre previsioni espresse che equiparano “altri luoghi” all’aula d’udienza, come quella di cui all’art.146-bis, comma 5 delle disposizioni attuative del codice di procedura penale, sembra doversi concludere che la mancata previsione normativa di ulteriori partecipazioni da remoto sia stata voluta dal legislatore e, quindi, qualunque iniziativa giudiziaria in senso ampliativo è da ritenersi vietata dalla Legge.

Le prospettive future: cambiamo punto di vista

È chiaro che chi ha scritto questa norma ha una visione ottimista della cessazione a breve del contagio su scala nazionale; basti pensare che a un mese dalla deadline (il 16 aprile), la curva dei contagi è ancora in crescita. Proprio oggi, infatti, il Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (I.S.S.), Silvio Brusaferro, comunica che “il picco dell’epidemia di Coronavirus in Italia si sta avvicinando, ma non ci siamo ancora. Dal 20 marzo si nota un’apparente riduzione della curva contagi, ma non siamo in una fase calante, ma di rallentamento della crescita. Stiamo osservando segnali chiari di efficacia delle misure contenimento, ma non bisogna deflettere dalle misure di distanziamento sociale. Al momento non è possibile dare una stima di quanti siano in Italia le persone asintomatiche, che pur avendo l’infezione da Coronavirus non hanno sintomi o ne hanno molto lievi” (v. Ansa del 27/03/2020).

Facile prevedere, allora, che la data del 16 aprile sarà ancora prorogata. Altrettanto facile ipotizzare, che si possa arrivare a far coincidere la deadline con la fine dello stato di emergenza, fissato per il 31 luglio con delibera del Consiglio dei Ministri del 31/01/2020.

Dobbiamo, quindi, fare lo sforzo di ripensare al domani già oggi con gli strumenti a disposizione. Non possiamo continuare a pensare di tornare a calpestare, ogni mattina, le aule del Tribunale; fermarsi al bar con un Collega; fumare la sigaretta nell’attesa che venga chiamata la nostra Udienza; portare a pranzo il Cliente ad esito di un processo vinto. Dobbiamo fare i conti con una realtà che ha cambiato le regole della convivenza sociale prima ancora delle regole del “nostro gioco”. Dobbiamo capire – e in fretta – che la vita professionale come la conoscevamo è profondamente cambiata e non potrà più essere come prima. Esistono ancora migliaia di famiglie differenti di Coronavirus in Natura. Ma soprattutto, oggi dobbiamo capire che il contagio del Coronavirus non è cessato. Anche se domani uscisse un comunicato dell’I.S.S. col quale annunci la netta decrescita del numero dei contagiati e dei morti, fino a quando le Istituzioni sanitarie mondiali non troveranno un vaccino davvero efficace, non potremo tornare a condurre la vita come la conoscevano perché vi sarà ancora il rischio di una nuova rinnovata epidemia di massa. 

La vita è cambiata e con essa dovrà cambiare il nostro modo di condurla, a partire dal modo di concepire il nostro lavoro. Ecco perché trovo irragionevole invocare oggi il sostentamento alla classe degli Avvocati con la liquidazione di un importo equivalente alle 600 euro riconosciute ai titolari di partita IVA non iscritti alle Casse previdenziali di settore. È un palliativo che non risolve il problema reale. Dobbiamo cambiare prospettiva e affrontare il problema; e il problema è uno e soltanto uno in questo momento: come possiamo tornare a lavorare in condizioni di sicurezza igienico sanitaria?

Affidiamoci alla tecnologia

La risposta è nella tecnologia, che tanto spaventa i “Principi del Foro” ma che tanto bene farebbe a questa categoria. Si badi bene, però, la mia riflessione non è solo nell’incentivare, da subito, il ricorso all’utilizzo dei sistemi di videoconferenza in ogni aula di Udienza, sia essa civile sia essa penale; pensiamo ai benefici che tutto ciò avrebbe: migliore organizzazione del tempo di Studio; migliore efficienza del ruolo di Udienza nella trattazione delle cause; migliore gestione dei costi di difesa per il Cliente. Il tutto – perché no – anche a beneficio del recupero di un pezzettino di vita privata, troppe volte sacrificata in nome del lavoro. 

Sarebbe un messaggio positivo; di riapertura ma con modalità differenti

La mia riflessione, però, non è limitata a questo; nasce dall’esperienza di questa “detenzione domiciliare” imposta dal Governo: l’infrastruttura internet italiana è inadeguata. Da qualche settimana, infatti, le telefonate si interrompono improvvisamente e le videoconferenze girano a scatti, con la conseguenza che la comunicazione diventa sempre più un’opera interpretativa basata sulla lettura del labiale.

Cosa vogliamo risolvere, allora, introducendo mezzi di telecomunicazione se poi non abbiamo la rete per supportare l’immediatezza della risposta nel corso di un dibattimento? Il problema è questo! Se veramente questo Governo vuol dare una risposta utile alla categoria, portandola verso un nuovo modello di difesa giudiziaria, che rispetti tutti le garanzie processuali vigenti, estenda il modello “Ponte Morandi” – di cui tanto va fiero – anche alla rete 5G italiana, senza attendere il 2022. La differenza con il 4G di connessione odierna non sarebbe di poco conto. Con il 5G la connessione sarà fino a 20 volte più veloce della rete 4G esistente e porterà una velocità di download fino a 10 volte superiore, consentendo download, uploading e streaming dei video più rapidi ed economici: il tutto garantendo maggiore stabilità audio e video. 

La tecnologia, molto più che non in passato, è un fattore competitivo che farà selezione in ogni campo socio-economico 

Non illudiamoci di sconfiggere il Coronavirus oggi. Fino a quando il vaccino non sarà pronto, presumibilmente non prima dell’anno nuovo, abituiamoci all’idea di rinnovare il nostro stile di vita, abituiamoci a rinunciare ai nostri affetti, alle nostre abitudini e a sentirci tutti un può più soli, ma non rinunciamo all’idea di poter cambiare la nostra vita oggi per farci trovare pronti nel momento in cui questo virus sarà stato davvero sconfitto.

“Arrivederci a domani”, allora, con l’augurio che qualcuno al Governo rifletta sull’opportunità che oggi ha di investire seriamente quei 350 Miliardi nel rinnovamento della rete informatica di questo Paese, cominciando dall’Amministrazione della Giustizia.

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