Il 12 maggio per gli operatori della Giustizia è “il giorno dopo”. La nostra Fase 2 inizia domani e con rammarico – va sottolineato – come sia l’ennesima occasione sprecata. Ma forse non inutile. Perché un coacervo di italiche questioni pregresse fa purtroppo sì che volontà politica e disfunzioni – amministrative quanto sindacali – rimandino, come per gli scolari impenitenti, la data del “giorno dopo” a settembre, e questo su scala nazionale, salvo poche e rare eccezioni.

Il settore giustizia ha visto, infatti, radicarsi nelle scelte per le quali si è optato tutto il peggio del qualunquismo, del populismo, dell’efficientismo, quest’ultimo inteso nella sua accezione più negativa perché slegato da qualsivoglia forma di ragionevolezza formale e sostanziale. Come spesso accade, il legislatore e l’amministrazione sono riusciti a compendiare atti legislativi ed amministrativi di una qualità a dir poco imbarazzante.

Intendiamoci, il fenomeno da governare è estremamente difficile, anche perché in questo come in altri settori, il player pubblico è allo stesso tempo decisore e datore di lavoro di una struttura complessa. Deve quindi avere al contempo il compito di far funzionare “la macchina” e l’onere di proteggersi dalle problematiche lavoristiche in caso di contagio dei propri dipendenti. E così la sfida di regolarlo con una qualità al ribasso appare stravinta. 

Perchè alla funzione organizzativa dell’amministrazione si è abdicato in nome del difensivismo della funzione datoriale. Ma soprattutto perché, pur essendo la giustizia una materia di piena competenza centrale, pur essendo potenzialmente immune dalle biasimevoli scelte del Titolo V della Costituzione come malamente ridipinto nel 2000, si è deciso di governare il fenomeno abbandonando il doveroso centralismo. Si è optato, infatti, per un sistema “a fasatura variabile” sul modello della competenza concorrente delle Regioni, pur in presenza di una competenza statale esclusiva. 

Si è demandato ad ogni singolo capo di ogni singolo ufficio le misure del proprio orticello. E diciamo che le esperienze parallele di questi due mesi non avrebbero indicato questo tipo di scelta, visto quanto abbiamo visto in termini di disarmonia tra territori. Volendo poi trovare una difesa per il legislatore, potrebbe aver pensato che essendo il dato epidemiologico molto diverso tra territorio e territorio, fosse opportuno almeno in questo campo consentire scelte differenti basate su tale dato.

Il risultato è che ai nastri di partenza l’effetto appare disastroso quanto paradossale: ad oggi, quasi tutti i Tribunali hanno dato alla luce a dei protocolli, delle linee guida. Ed il fenomeno non ascrivibile – per una volta – alla legge di Murphy, vede le scelte più sensate ed efficienti (non efficientiste) compiute proprio nei territori più colpiti. In questi si è scardinato il tabù degli orari e dei giorni, si è tornati a pensare di lavorare il sabato, si sono distribuite le udienze in fasce orarie sino a sera, sabati compresi. In quelli meno colpiti, invece, si è sostanzialmente rimandato tutto a settembre, con bizantinismi amministrativi degni del miglior Conte Mascetti.

Nella vulgata la colpa è degli avvocati, che non hanno voluto il processo da remoto. E allora appare necessaria una operazione-verità. Il processo da remoto imposto dal malaccorto legislatore è stato introdotto secondo la migliore scienza culinaria che prevede la preparazione della torta partendo dalla ciliegina. Chi è mai riuscito a sfornare un dolce con tale tecnica, potrebbe essere candidato al Nobel. Ma lo sappiamo: il contesto è populista, giustizialista, efficientista. E allora al diavolo se la giustizia rischia di diventare sommaria. Il detenuto, l’imputato, l’indagato sono reietti della società, e come tali meritano nella vulgata la cancellazione delle garanzie che uno Stato liberale e democratico gli avrebbe accordato non in un protocollo, ma in quella carta chiamata Costituzione.

Ora, per spiegare cosa sia il processo da remoto a chi non appartiene al sistema giustizia basta un paragone molto semplice, anzi un’equazione: il processo penale da remoto sta al processo penale in aula come la visita medica via Skype o WhatsApp sta ad una visita medica di persona. Via Skype è abbastanza difficile che il medico possa sentirti il polso, ascultarti il torace, tastarti l’addome, verificarti la dilatazione pupillare, la sudorazione il colore delle unghie o il gonfiore di una vena. E se il medico cura la tua salute, il processo “cura” la tua libertà personale. E nell’epoca del grasso grosso populismo giudiziario, grazie a leggi discutibili, cura anche la tua collocabilità nel mondo del lavoro, la tua eleggibilità, la tua potestà genitoriale e tanti altri aspetti che in caso di condanna vedono mutata la tua vita, anche se il carcere non lo vedrai.

La battaglia contro il processo da remoto è stata vissuta all’esterno come una lotta di retroguardia, di sabotatori incapaci di adeguarsi ai tempi e alle tecnologie. Nulla di più falso: per difendere i diritti dell’imputato nel processo in aula, quei sabotatori incapaci in sostanza staranno a spasso fino a settembre, con quel che ne consegue economicamente, anche per l’indotto del sistema giustizia, che non è un dettaglio numericamente risibile. 

Il perché? Perché un sistema estremamente sindacalizzato – mentre il Paese riparte, le fabbriche riaprono, i supermercati e gli ospedali non hanno mai chiuso – ha deciso che nei Tribunali, in alcuni, non si può lavorare, perché c’è troppo rischio, anche se il dato epidemiologico su base regionale dice che il rischio è molto più basso rispetto a luoghi dove le scelte amministrative sono state più illuminate. Il dado è stato tratto, e d’altro canto il Ministero della Giustizia nell’emanare le proprie “informazioni riassuntive su attività svolte e prime direttive in tema di organizzative per avvio cd. fase due” aveva ben suonato l’antifona (atto DOG 70897.U del 02.05.2020): nella ricognizione ivi contenuta si ammetteva candidamente che la presenza fisica dei dipendenti sul luogo di lavoro è stata in questi due mesi “indicativamente contenuta in un range del 15 – 25 %, del personale in servizio”. 

Benissimo, si direbbe, splendido esempio di ricollocazione in smart working di personale, ampia e condivisibile duttilità delle modalità di lavoro. Peccato che i dipendenti del Ministero non siano autorizzati ad accedere da remoto a buona parte degli atti di cancelleria, di tal che sarebbe interessante conoscere in cosa sia consistito ed in cosa consisterà per i prossimi mesi lo smart working di chi da casa non può fare il proprio lavoro. Come dire che l’impiegato del catasto lavora in smart working da casa ma non può accedere da remoto agli atti del catasto. 

Resterebbe poi il dubbio su chi e come avrebbe dovuto far funzionare il processo da remoto calcolando che in tempi normali si denuncia senza soluzione di continuità la carenza di personale amministrativo nei Tribunali: figuriamoci con un’aliquota del 75-85% che è a casa senza poter accedere ai registri. Un esempio pratico: in questi due mesi, i processi sono stati quasi tutti “automaticamente” rinviati. Il Governo ha prescritto che venisse per questo periodo “sospesa” la garanzia di informare gli imputati circa la data nella quale il loro processo si svolgerà dopo la fine dell’emergenza, ed ha ridotto tale informazione ad una PEC il cui unico destinatario è l’avvocato (che la PEC deve averla obbligatoriamente). Un’idea in percentuale di quante PEC ho ricevuto io? Il 5% di quelle che avrei dovuto ricevere. E come me tanti colleghi in giro per l’Italia. A dimostrazione di quanto visionario sia quel legislatore che da un giorno all’altro vuole creare il processo da remoto, mentre le sue strutture non sono organizzate nemmeno per mandare una PEC. 

E allora facciamo un passo indietro, al “giorno dopo”. Il Paese ha sostanzialmente buttato via questi due mesi, per il sistema giustizia. Ma ne ha davanti altri tre, nei quali secondo lo stesso atto ministeriale, lo smart working continuerà in proporzioni rilevanti. Sono questi i mesi che non vanno buttati via. A non essere buttato via poteva anche essere il mese di agosto se il Ministero avesse accettato la proposta dell’Unione delle Camere Penali Italiane di recuperare la produttività persa per l’epidemia lavorando tutti anche ad agosto, o parte di agosto. Ma il Consiglio Superiore della Magistratura nella plenaria del 29 aprile 2020 ha già messo in chiaro che il periodo feriale per il 2020 inizierà il 27 luglio e finirà il 3 settembre (eliminando ad onor del vero il cd. “periodo cuscinetto” di luglio, negli anni passati di durata settimanale).

Dicevamo, sono questi i mesi che non vanno buttati via. Come? Con tutte quelle iniziative che servono a cucinare la torta partendo dagli ingredienti e non dalla ciliegina. Con l’incentivo – o l’obbligo – per i cittadini di fornirsi di PEC e identità digitale così da superare quell’anacronistico paradosso delle notifiche postali (a proposito, fatevi un giro all’art. 108 del DL Cura Italia per capire quale delirio sarà la materia in questi mesi). Con la formazione a distanza, dei dipendenti e degli avvocati, e con la predisposizione di un sistema informatico che sulla scorta delle esperienze ad esempio dell’amministrazione finanziaria (cd. cassetto fiscale) o di quella sanitaria (seppur solo in alcune Regioni, con la cartella clinica virtuale), innovino il sistema razionalizzando e dematerializzando gli atti, inserendo le possibilità di accesso e prelievo con l’identità digitale (SPID o CNS). 

Il processo equo non è compatibile con la sua remotizzazione, al pari di come l’efficienza e l’efficacia di una visita medica non siano compatibili con una video-call da remoto. Ma lo è tutto quello che sta a monte del processo. Perché, se il medico prima della visita di persona nel suo ambulatorio potesse verificare da remoto tutta la storia clinica del paziente, la visita di persona ne guadagnerebbe, il paziente non dovrebbe collazionare cartelle ed esami negli ospedali nei quali è stato, né referti di analisi nei propri armadi. Equazione e postulato sono questi. Il paziente-giustizia è grave, ma non è serio. Si è perso tempo per curarlo anche se l’ospedale-tribunale era vuoto. Nel nuovo “giorno dopo”, l’ospedale-tribunale sarà semi-vuoto e, volendo, qualcosa per curare il paziente-giustizia la si potrà fare. Volendo.  

Federico Baffi, avvocato

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