ministero giustizia riapertura

Le impressioni di questa prima settimana di Fase 2 nel sistema giustizia fanno pensare a qualcosa di diverso dal mero rimandare a settembre. Non solo e non tanto per il sistema in sé, ma per quello accade attorno. Il Paese riapre, sulla base di un rischio definito come “calcolato” e ci si augura che questo calcolo sia corretto: il decreto Rilancio (prima Maggio, nato Aprile) vede la luce e il motore del nostro Paese sembra ripartire (o almeno getta le premesse).

È stata fatta benzina, si è data una pulita all’auto e la si è revisionata. Si è persino – finalmente – pensato a ridurre il gap legislativo che aveva motivato il trasferimento all’estero di tante società quotate, risolvendo il problema delle azioni a voto plurimo. Cosicché, tutta quella parte di Paese che necessita di lavorare per vivere, o che vuole lavorare non per forza per vivere, viene progressivamente autorizzata a poterlo fare. E lo fa apparentemente fuori dalla retorica dell’attacco al liberismo, al neo-liberismo o al post liberismo che vede sempre di cattivo occhio il rapporto tra lavoro e salute, quale che sia l’assetto tra i due fattori. Certo, la premessa sulla querelle delle responsabilità datoriali non fornisce tanta tranquillità a chi rischia di rispondere dell’eventuale contagio dei dipendenti, ma la fase due della Fase 2 è arrivata.

Il sistema giustizia invece resta al palo – forse peggio di quanto ci si potesse aspettare – e lo fa radicando quella che nell’attualità rappresenta la triste evoluzione della mai sopita contrapposizione padrone-operaio. Inutile girarci intorno: il nuovo terreno di scontro aliena la dimensione verticale del problema e si sposta in orizzontale, tra garantiti e non garantiti. Così, in questi pochi giorni, abbiamo assistito a guerriglie tra liberi professionisti e dipendenti pubblici: i primi che accusano i secondi di non voler lavorare nel posto di lavoro fisico (e di fingere di lavorare in smart working, secondo la scontata equazione dipendente pubblico=fannullone). I secondi che accusano i primi di evadere le tasse (“puoi evadere ergo evadi”), motivando le proprie posizioni con la tutela della salute, messa a repentaglio dal rapporto con il pubblico.

Questo dibattito ha animato molti tribunali d’Italia, in particolare nel nord-ovest. E ci si è chiesto se per caso il lavoro degli avvocati sarebbe stato compreso meglio se, da quando l’attività giudiziaria è stata sospesa, fosse stata interrotta anche l’erogazione degli stipendi a magistrati e cancellieri. Chi è dotato di onestà intellettuale e cultura del lavoro non potrebbe fare di tutta l’erba un fascio, denigrando l’una o l’altra categoria, ma dovrebbe interrogarsi di fronte ad alcune evidenze che la paralisi della giustizia mette sotto gli occhi del Paese intero.

Il primo dato è rappresentato dal fatto che il Ministero della Giustizia sia arrivato al 12 maggio senza essere stato in grado di fornire a buona parte dei propri dipendenti le piattaforme e gli strumenti per consentire agli amministrativi di svolgere il proprio lavoro da remoto. Una rivoluzione culturale che non è avvenuta prima del lockdown e sulla quale nessuno ha colto l’occasione per realizzare l’informatizzazione dei propri servizi, nonostante la pandemia abbia consentito in altri settori procedure di gara semplificate per la messa a punto di modifiche strutturali e infrastrutturali, a tempi di record.

Il secondo dato è rappresentato dall’evidente assenza di benchmark degli obiettivi raggiunti: in questo modo, nessuno può sapere cosa possono fare e cosa realmente fanno i dipendenti privati di infrastrutture e dotazioni tecnologiche e in grado di rendere produttivo il loro smart working.

Il terzo punto riguarda la mancata risoluzione dell’arretrato. Non mi riferisco ad amnistie, indulti o depenalizzazioni (atti certamente necessari, ma per i quali è un’utopia immaginare che possa esserci una convergenza parlamentare in questa legislatura), ma al cartolare cronico, che non riguarda solo le udienze, al quale si ricorre sempre quando c’è da giustificare le disfunzioni del sistema. Senza udienze non dovrebbe esserci scampo alla legge dell’impiego pubblico (che almeno su questo non ammette terze vie): riducendo il lavoro in front office per limitare il rischio epidemiologico ci sarà più tempo per il back office. La somma tra questi due farà sempre il 100% dell’orario di lavoro, perché si riduce il tempo dell’uno e aumenta il tempo per l’altro. E viceversa. Un concetto che speso bene anche in circostanze normali sarebbe produttivo per il lavoro. Ma – per tornare all’ambito giudiziario – non si hanno notizie sulle statistiche né di evasione cartolare di cancelleria né di redazione di atti e sentenze e che anche in lavoro da remoto avrebbero dovuto crescere di numero.

L’unico strumento del quale si parla è il processo da remoto, con la contrapposizione netta tra avvocatura ed una parte della magistratura che, in Commissione Giustizia al Senato, ha definito “incoerente” il depotenziamento dell’udienza da remoto. Sul piano civile, si è poi criticata la disposizione che obbliga il giudice civile a tenere l’udienza da remoto in ufficio, una “scelta contraddittoria” rispetto alle norme sul distanziamento sociale e sulla limitazione della presenza del personale negli uffici. Last but not least, i magistrati hanno sottolineato la disparità di trattamento per cui il giudice civile è più esposto rispetto ai colleghi amministrativi, contabili, tributari e  penali: una “incongruenza – spiegano i magistrati – ancor più smaccata in ragione della condivisione informatica di tutti i documenti delle cause, assicurata dal sistema del processo civile telematico in uso da anni”.

Se tutto il tessuto produttivo del Paese avesse queste posizioni, dove saremmo ed in quali condizioni?

La realtà giudiziaria è delicata. Ma “se tacci di qualcosa qualcuno indicandolo, guarda bene la tua mano perché altre tre dita guardano te”, dice un vecchio proverbio orientale. Ed è il caso di chi accusa di liberismo le istanze per un funzionamento più corretto del sistema, anche in questa Fase 2. È tristemente così: questo stato di cose ha provocato un serio problema post-liberistico di matrice governativa e l’impressione è che il legislatore – nella speranza di ridurre il contenzioso – abbia colto al balzo l’occasione per risolvere il problema endemico del numero troppo alto degli addetti ai lavori. Ma senza operare una selezione in formazione, all’ingresso della professione o già dal percorso universitario (come insegnano le legislazioni più avanzate). Insomma, cose che gli avvocati in primis avrebbero dovuto combattere da svariati lustri.

Il legislatore non lo ha fatto nemmeno con una vocazione liberistica, tale da far scegliere al mercato. Ma anzi, ha dato adito al prevedibile risultato di sospendere a tempo indeterminato direttamente il mercato stesso, acuendo la spaccatura tra garantiti e non garantiti. Così la professione rischia seriamente di disperdersi, anche a fronte di una generazione di giovani ancora non sufficientemente strutturati – ma di grande potenziale e con grandi investimenti formativi alle spalle – e con il rischio di tornare indietro di cent’anni, quando il censo era la discriminante per praticare la professione.

Le questioni di principio – scriveva Dickens – le fanno quelli che non hanno argomenti. Qui l’argomento c’è e la questione non è di principio: un Paese intero dalle pretese di giustizia congelate. Esistono creditori, debitori, aziende, persone offese e indagati, la cui vita è legata al sistema giustizia senza che questo si stia interessando a loro. E poi esistono anche i carcerati e gli imputati: i termini di prescrizione o di custodia cautelare vengono sospesi (anche se, in realtà, il loro status poco c’entra con la sospensione dei processi) e, secondo il legislatore, è giusto che paghino le conseguenze delle loro azioni con un processo più lungo. Non perché sia loro la colpa del rinvio, ma perché il loro peccato è originale.

Un new deal giudiziario

Volenti o nolenti, solo un new deal tra le componenti del sistema potrebbe scongiurare una catastrofe sociale, dalla quale ad essere travolti non sono solo gli avvocati, ma l’intero sistema-Paese che con la giustizia immobile – figlia di una giustizia pachidermica – allontana investimenti, sfiducia cittadini, erode diritti e distrugge garanzie. Ed è evidente che il new deal non possa e non debba avere come pietra angolare la riduzione delle garanzie per il cittadino. Ce lo insegnava Ferrajoli, quando dipingeva i tratti del giudice che si trova davanti ogni giorno una vicenda umana: ogni magistrato, ogni avvocato, ogni cancelliere dovrebbe ricordare che se non ci fosse il cittadino con le sue istanze di giustizia, non ci sarebbe motivo per l’esistenza dell’intero comparto. Quel cittadino è anche il detenuto. Anche al 41-bis. A quel cittadino, dal capitano d’industria al detenuto vanno, quindi, date risposte: con i fatti e con un sistema che funzioni. Altrimenti è tutto inutile, anche introdurre le azioni a voto plurimo, perché ad un diritto e ad una facoltà non ne consegue la tutela. Le singole componenti del sistema da un lato e Parlamento con Governo dall’altro devono tentare questa titanica opera pattizia, abbandonando le posizioni di retroguardia. Ad ognuno la propria responsabilità, ma in particolare al Governo, protagonista politico-legislativo di questa stagione.

La veste ministeriale,con il caso-scarcerazioni ha incarnato tutti e tre i volti della divisione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario): se ci sono stati errori nelle scarcerazioni, non è certo colpevolizzando il potere giudiziario che si potranno costruttivamente risolvere le eventuali carenze del secondo. E non è certo mascherando il potere esecutivo a forza di decreti-legge che si contribuirà alla salute del giudiziario. Sarebbe stato auspicabile curarne le carenze anziché sfigurare l’uno o l’altro volto.

Il Ministero della Giustizia è però sempre in tempo per migliorare e rendere efficienti le proprie strutture, la comunicazione dei Dipartimenti e delle Direzioni e le dotazioni IT per migliorare il lavoro dei suoi dipendenti. Il tutto possibilmente senza sovrapporre i poteri, ma rivestendo quello per il quale è geneticamente predisposto nell’assetto istituzionale di uno Stato liberale, ovvero quello esecutivo.

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