giustizia coronavirus

Le stavamo aspettando e finalmente, sono arrivate. Dopo due proroghe della sospensione dei termini processuali fino all’11 maggio disposte con Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il 20 aprile il Presidente del Tribunale di Roma ha pubblicato le Linee Guida per la riorganizzazione dell’attività giudiziaria in condizioni di sicurezza igienico-sanitarie per fronteggiare l’emergenza epidemiologica in atto. 

Il provvedimento prevede, in estrema sintesi, la trattazione modulata dei processi romani: dal 16 aprile all’11 maggio, saranno trattate esclusivamente le udienze di convalida di arresto e fermo, i procedimenti a carico di detenuti e quelli per i quali il difensore o il detenuto abbiano chiesto di parteciparvi in videoconferenza. Dal 12 maggio al 30 giugno – o meglio, “fintantoché saranno in vigore misure che limitano gli spostamenti delle persone” – saranno trattati i soli procedimenti che non richiedono un’istruttoria (ad esempio, rinviati per la sola discussione, giudizi abbreviati, o udienze con la partecipazione delle sole parti necessarie), quelli rinviati per l’esame di testi qualificati (Pubblici Ufficiali, Consulenti, Periti) collegati da remoto – se la tecnologia lo permette – e quelli aventi ad oggetto reati ritenuti “prioritari” dalla Procura (in primis, reati di violenza domestica o di genere). E, infine, saranno trattati anche quelli ritenuti necessari dal Giudice. Analogamente, per la celebrazione delle udienze preliminari e l’emissione dei Decreti di Rinvio a Giudizio.

Tutti i restanti procedimenti che non rientrino in detta casistica saranno differiti a data da destinarsi e, comunque, da settembre 2020. Rinviate ad anno nuovo, invece, le prime udienze dibattimentali dei procedimenti aventi ad oggetto reati di competenza del Giudice monocratico procedibili a citazione diretta, fatta eccezione per procedimenti con misure cautelari e quelli ritenuti “prioritari”.

Dunque, rimandati a settembre, forse, tutti gli avvocati che assistono o una persona offesa da un reato o un imputato libero, che attendevano la prima udienza o era in corso l’esame testimoniale. Forse – nel caso in cui in autunno riesplodesse l’epidemia e il vaccino non fosse ancora pronto, come timidamente prospettato dalla comunità scientifica – l’ulteriore rinvio delle udienze del quadrimestre settembre-dicembre 2020 segnerebbe sicuramente la fine di numerosi studi professionali. D’altronde, questo sarebbe l’unico epilogo immaginabile di una gestione fallimentare della giustizia per fronteggiare l’emergenza epidemiologica. Il seme del frutto proibito, però, è da ricercare altrove, ovvero all’interno del Decreto “Cura Italia”, nell’ormai noto art. 83, comma 6, con cui il Governo attribuisce a ciascun Presidente del Tribunale il potere di disporre autonomamente le misure organizzative e di trattazione dei processi, necessarie per contrastare l’emergenza epidemiologica (per il “periodo ponte” tra il 16 aprile e il 30 giugno). Così da consentire la ripresa delle attività processuali, nel rispetto delle indicazioni igienico-sanitarie fornite dal Ministero della Salute. 

In poche parole, il Governo “s’è lavato le mani” del problema giustizia. Si è spogliato del problema dando carta bianca alla Magistratura e sfido chiunque dal voler sostenere il contrario. Perché disporre l’ovvio, quale la sospensione dei termini processuali e il rispetto di alcune regole basilari di buona educazione prima che sanitarie (come lavarsi le mani, utilizzare disinfettanti e mascherine, tenere distanze di sicurezza interpersonali), non può certamente dirsi un’iniziativa concreta e diretta a gestire “il giorno dopo” della giustizia italiana.

Ma qual è la ragione di opportunità che ha determinato il Governo a rimettere una decisione così delicata nel potere autoritario e discrezionale del Presidente dei Tribunali d’Italia, tanto da creare disomogeneità di regole organizzative? È davvero difficile rispondere a un simile interrogativo. Soprattutto in considerazione del fatto che quegli stessi strumenti di prevenzione (mascherine, guanti, termoscanner, distanziamenti) che il Governo ha ritenuto sufficienti per programmare la riapertura (di industrie, fabbriche, uffici e finanche negozi, bar e ristoranti) – dove, spesso, i luoghi di aggregazione sono molto ristretti e a diretto contatto col pubblico – non sono, invece, sufficienti per riaprire a tutti gli operatori del diritto il Tribunale. Immaginiamo, ad esempio, il Tribunale penale di Roma, dove le aule di udienza sono per lo più ampie e consentirebbero il rispetto di tutte le regole comportamentali disposte dal Governo.

Così però non è stato valutato, come se nelle aule di Tribunale vi fosse un rischio maggiore di quello calcolabile per una fabbrica, eppure basterebbero davvero poche regole per consentire al Tribunale di riaprire a tutti. Provo a sintetizzarle:

  1. orari certi di inizio e fine trattazione: ciascun Giudice dovrebbe innanzitutto riorganizzare il ruolo di udienza consentendo un orario massimo di trattazione;
  2. sanificazione degli ambienti: tra ciascuna udienza dovrebbero fissarsi almeno quindici minuti di pausa per consentire agli addetti incaricati la sanificazione dei tavoli degli avvocati e delle parti;
  3. ingresso programmato: l’ingresso in Tribunale potrebbe avvenire unicamente all’orario di fissazione dell’udienza, evitando così assembramenti fuori dalle aule o nei cortili; allo stesso modo, il ricevimento da Pubblici Ministeri o Giudici potrebbe avvenire solo su appuntamento scritto, da esibire all’ingresso; 
  4. tutela sanitaria: all’ingresso del Tribunale potrebbe essere posizionato un termoscanner;
  5. efficienza: tutti i depositi degli atti e le richieste di certificati potrebbero avvenire a mezzo pec; 
  6. ordine: la consultazione degli atti di un fascicolo potrebbe avvenire previo appuntamento;
  7. prevenzione: tutti dovranno indossare i dispositivi di prevenzione quali, guanti in lattice e mascherine sanitarie:

Regole, queste, di buon senso, che consentirebbero di riavviare efficacemente il Tribunale senza creare pregiudizio a nessuno in un momento storico in cui il lavoro è sostentamento necessario. E, allora, o decidiamo di convivere con il virus, oggi, oppure non ci sarà un giorno dopo per molti avvocati. E il virus avrà lasciato un segno indelebile di ingiustizia proprio nel tempio della giustizia.

Segui Enrico Napoletano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *