carceri coronavirus

Ho conosciuto i lunghi corridoi e le attese delle case circondariali, ai tempi dell’Università. Ho visto la rabbia e la disperazione negli occhi di chi è per legge privato della libertà di movimento. E chiunque abbia varcato come me, anche solo da tirocinante di Giurisprudenza, le sbarre di un carcere, non sarà affatto sorpreso delle rivolte e dei decessi (12 esseri umani) dei giorni scorsi.

“Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione”, scriveva Voltaire. Ma le nostre carceri di civiltà ne hanno davvero poca.

Sia chiaro: l’ondata di violenza di questi giorni è sempre da condannare. Perché la violenza genera violenza. Ma in questo caso è anche la conseguenza dell’indifferenza di un regime che non cura, non “rieduca” e non costruisce le condizioni per prevenire le recidive. Del carcere non si parla, se ne ha paura, si tende a rimuoverne l’esistenza, sulla base di un pre-giudizio generale. Per il senso comune il carcere è “il luogo di contenimento di autori di reato, quindi potenzialmente pericolosi perché predisposti alla delinquenza”.

Ma il mondo penitenziario è tanto altro. E’ lontano e isolato da noi, ma è parte della nostra società, la quale avrebbe “l’obbligo morale e civile di mettere questa realtà sullo stesso piano di tutti gli altri settori politici e sociali: lavoro, ambiente, salute” (www.giurisprudenzapenale.com). E invece – come diceva Goffman sessanta anni fa – il carcere è ancora un’istituzione totale. L’ingresso oltre le sbarre è una spoliazione. Un rito in cui il detenuto perde sia la sua identità, per acquisirne una nuova, sia i beni materiali che possiede. Insomma, segna l’inizio della perdita del sé, determinata in primis dalla rescissione dei legami affettivi, familiari e sociali. 

Per cui aver deciso di sospendere i colloqui, i permessi premio e il regime di semilibertà per l’emergenza Coronavirus, ha significato recidere l’unico contatto possibile con il mondo esterno. La decisione ha generato il panico. I detenuti, già impauriti dalle notizie sulla diffusione del contagio, hanno pensato che l’epidemia fosse ormai incontenibile. Anche perché in carcere le informazioni non arrivano in modo completo, l’unica fonte di informazione è la TV: e l’idea di non poter sapere cosa accade, in particolare ai propri cari, ha dato un grosso impulso alle rivolte. Bastava una comunicazione: corretta, spiegata e rassicurante. Dunque un po’ di buon senso. 

Ma noi pensiamo nel profondo che i detenuti non hanno diritto ad avere diritti. Mentre – essendo sacrosanto che chi sbaglia paghi – è ancor più sacrosanto garantire la dignità di ogni individuo a prescindere dai suoi comportamenti, in ogni tempo e in ogni luogo. Ricordate il messaggio del Presidente Giorgio Napolitano del 2013? “La questione del sovraffollamento nelle carceri è un tema di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile”. Oggi che ad entrare prepotente nelle carceri è il Coronavirus, abbiamo scoperto che il tempo è scaduto: le nostre carceri sono delle vere bombe ad orologeria sempre pronte ad esplodere. 

Antigone – l’associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale – ha proposto un pacchetto di interventi contro la disperazione, la solitudine e il sovraffollamento delle carceri, anomalia cronica delle carceri italiane. Partendo da una svolta tecnologica. Tra gli interventi, l’estensione della detenzione domiciliare per le persone che hanno già problemi di salute, per coloro che hanno già il regime della semilibertà, la trasformazione delle sentenze esecutive che prevedono il carcere in regime di arresti domiciliari. Nell’immediato viene proposto l’acquisto di smartphone per ogni cento detenuti, così da poter ampliare la possibilità dei colloqui in video con i familiari su numeri già autorizzati e comunque con la presenza di un agente. Allo stesso scopo viene altresì proposto l’ampliamento dei canali via mail e altre opzioni di colloqui on line sempre con familiari e nei limiti previsti.

Misure lungimiranti. Che, a prescindere dall’emergenza, gettano lo sguardo al dopo.  Perché l’emergenza di oggi ci insegnerà proprio questo: a guardare oltre. Sarà davvero l’occasione per imparare ad imparare. Nulla sarà più come prima. E, allora, chissà che quei lunghi corridoi non possano un giorno respirare un’aria di civiltà.

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