giustizia digitale

Il processo telematico esteso a tutte le giurisdizioni, le udienze in teleconferenza che diventano la regola, digitalizzazione totale di fascicoli, notifiche e comunicazioni. Fino ad arrivare all’applicazione dell’Intelligenza Artificiale e del machine learning nella produzione di atti e sentenze. È questa l’amministrazione della giustizia di cui usufruiremo in futuro? Calma. Di certo, l’uso della tecnologia digitale, sia pure tra le resistenze e le difficoltà tipiche dei processi di modernizzazione della pubblica amministrazione italiana, è argomento già da tempo all’attenzione degli operatori del settore. E qualche passo in avanti era stato compiuto ben prima della quarantena nazionale.

La cronica lentezza dei procedimenti giudiziari, identificata come il principale problema del nostro sistema giustizia, sembrerebbe in realtà aver subìto un colpo ulteriore. Il Covid-19 ha, infatti, costretto il governo a mettere in quarantena persino i tribunali: tutte le udienze sono sospese fino all’11 maggio, con la sola eccezione, per i procedimenti penali, di quelle di conferma dell’arresto (o salvo i casi in cui l’imputato sia detenuto e presenti formale richiesta), e per i procedimenti civili delle udienze che coinvolgono minori e rapporti familiari.

La necessità di garantire il distanziamento sociale, e contestualmente evitare che i palazzi di giustizia diventino potenziali focolai (in considerazione delle tante persone che a vario titolo hanno necessità di accedervi ogni giorno), ha dunque portato governo e Consiglio Superiore della Magistratura a concordare una misura che costringe a rinviare a data da destinarsi un’enorme quantità di procedimenti amministrativi, civili o penali, con le conseguenti difficoltà che vanno a sommarsi a quelle che imprese e cittadini già vivono in questo periodo.

Basti pensare a quanto la lentezza dei procedimenti, soprattutto quelli civili, pesasse sul nostro sistema economico da prima dell’emergenza. Secondo i dati raccolti nel 2019 dalla Fondazione Censis e dall’Osservatorio AIBE, i tempi della giustizia figuravano al secondo posto tra le ragioni della nostra scarsa capacità di attrazione degli investimenti esteri, giusto un gradino sotto il carico normativo e burocratico. In più, secondo analisi prodotte da enti come la Banca d’Italia o Cer Eures (2017), i ritardi del sistema giudiziario costavano tra 1 e 2,5 punti di PIL.

Le cause, note e strutturali, sono da tempo oggetto di studio e dibattito, ma a giudicare dai dati non sembra che le riforme adottate in tempi recenti siano riuscite a produrre risultati concreti: ancora nel 2018, i tre gradi di giudizio di un processo civile impiegavano otto anni a concludersi, contro i due della media europea (Rapporto Cepej). Eccesso di domanda di giustizia – dovuta in parte anche all’eccedenza di leggi repressive presenti nel nostro ordinamento giuridico – scarsità di risorse e di personale a disposizione del sistema giudiziario, procedure e meccanismi lenti e farraginosi, modalità improduttive di lavoro degli operatori, generale inefficienza e burocrazia continuano a rendere il sistema giustizia italiano tra i più lenti d’Europa.

Tuttavia, pur impattando su un sistema in evidente difficoltà, la crisi dovuta alla pandemia globale non ha trovato l’amministrazione della giustizia del tutto impreparata. Almeno sul piano della modernizzazione delle procedure e della riduzione di tempi e burocrazia. È in corso, infatti, un lento e faticosissimo processo di digitalizzazione della pubblica amministrazione che riguarda anche il settore giustizia.

Tra le riforme più recenti, c’è il Processo Amministrativo Telematico. Operativo dal 1° gennaio del 2017, ha introdotto una digitalizzazione pressoché totale degli atti processuali, spostando il valore legale dai documenti cartacei agli atti prodotti in digitale. In altre parole, con il PAT scompare il cartaceo (salvo deroghe, previste solo in casi eccezionali) e gli atti processuali vengono redatti, firmati, notificati e depositati esclusivamente in digitale (con la sola residuale eccezione delle cosiddette “copie di cortesia”). L’effetto è che i magistrati hanno accesso in tempo reale a tutti gli atti dei fascicoli, mentre gli avvocati possono seguire a distanza le fasi del processo.

La digitalizzazione degli atti adottata nel processo amministrativo non era stata però automaticamente estesa anche ai procedimenti penali e civili. Nel primo caso, sussistevano (e sussistono tuttora) motivi di prudenza legati all’esigenza di garantire l’equilibrio tra una maggior efficienza del sistema e il rispetto delle garanzie costituzionali. Prudenze in parte superate dal Decreto Cura Italia, secondo il cui dispositivo le comunicazioni e le notifiche devono adesso essere inviate esclusivamente in digitale all’indirizzo di posta elettronica certificata del difensore di fiducia. Inoltre, tutti gli uffici giudiziari sono autorizzati  ad usare il Sistema di notificazioni e comunicazioni telematiche penali (SNT), possibilità finora bloccata dall’assenza di attività di verifica del funzionamento dei servizi (attività su cui ora il Decreto impone di sorvolare).

Nel caso del procedimento civile, invece, le resistenze sono state agilmente superate proprio in ragione dell’attuale emergenza con la digitalizzazione di diverse attività, come l’obbligo del deposito di atti introduttivi in digitale presso i tribunali e le corti d’appello, esteso fino al 30 giugno 2020 sempre dal Cura Italia. 

Alle previsioni normative adottate dal governo, si aggiungono poi le iniziative intraprese da singoli tribunali, come quelli di Lecce e di Padova che hanno adottato il deposito via PEC degli atti rivolti al Giudice di Pace (unico procedimento sin qui del tutto escluso dalla digitalizzazione) o come il tribunale di Verona, che nei procedimenti penali consente il deposito a mezzo di posta certificata delle istanze di assunzione di prove indifferibili.

Discorso a parte è quello relativo alle udienze da remoto. Anche qui è intervenuto il governo, stabilendo con il Cura Italia la possibilità di tenere udienze in videoconferenza per tutti i procedimenti civili e penali fino al 30 giugno. Si tratta di un passo in avanti, soprattutto per quanto riguarda i processi penali, nei quali la partecipazione da remoto era finora riservata alla persona in stato di detenzione o ammessa a programmi di protezione in procedimenti per reati particolarmente gravi. Certo, non tutte le udienze possono tenersi utilizzando skype o meeting, soprattutto nei processi che coinvolgono un numero consistente di parti, e non è secondaria neanche la scelta degli strumenti tecnologici che vengono utilizzati per svolgere questo tipo di udienze, da cui può dipendere la possibilità di accesso, e quindi i diritti di tutte le parti coinvolte e la sicurezza nella trasmissione dei dati.

In conclusione, la telematizzazione dei procedimenti amministrativi ha consentito di far fronte, almeno in parte, all’emergenza, che ha a sua volta spinto il sistema giustizia ad ampliare l’uso della tecnologia digitale anche ad altri tipi di procedimenti finora più o meno comprensibilmente rimasti esclusi. E pur trattandosi di scelte adottate allo scopo di affrontare una situazione fuori dall’ordinario, è ragionevole immaginare che l’esperienza accumulata in questi giorni possa tornare utile ad avanzare nella sperimentazione di tecnologia digitale applicata all’erogazione del servizio giustizia, pensando anche a come sanarne gli eventuali problemi.

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