scuola e università

Il Ministro per la Ricerca e l’Università, Gaetano Manfredi ha espresso forte “preoccupazione per le ricadute che la crisi economica potrebbe avere sulle iscrizioni all’università”. È il vero abisso in cui rischiano di precipitare milioni di giovani restando per sempre lontani dal lavoro, assieme ai non giovani. Rischiamo comunque di essere schiantati dall’arretratezza nell’istruzione terziaria. Smart working, reskilling, nuovi lavori e competenze resteranno parole al vento – almeno quanto ripresa, competitività ed innovazione – se non ci sarà una grande alleanza rivoluzionaria tra Stato, impresa e lavoro. E se non si realizzeranno investimenti e cambiamenti radicali nelle Università.

Dopo la crisi del 2008 c’è stato un calo del 20% delle iscrizioni alle università. Nella fascia d’età 25-64, solo il 4% degli italiani ha almeno la laurea triennale, contro il 17% dei Paesi Ocse, mentre tra i giovani (25-34 anni) solo il 27% contro la media Ocse del 44% La posizione dell’Italia è drammatica e nell’emergenza si annida una vera e propria catastrofe di futuro.

Sono cresciute le pratiche burocratiche per avviare un corso e gestire i controlli e le carriere si sono bloccati dalle presunzioni baronili, mentre le valutazioni si decidono nella Repubblica dei cronies. Stipendi bassi, mobilità inesistente, meritocrazia 0. Eppure la scienza è tornata di moda e la ricerca appare l’ultima spiaggia della nostra sopravvivenza: non c’è un altro momento in cui sia stato così chiaro il valore sociale ed economico del ritorno sugli investimenti in conoscenza. Studiare conviene: dà più opportunità di lavoro e consente guadagni maggiori, anche se in Italia la quota di laureati che lavora è tra le più basse al mondo (appena l’81%). Ma la politica resta lentissima nel percepire le urgenze del futuro. Dove andremo senza laureati e senza formazione innovativa dopo lo shock? Chi costruirà le skills del futuro, visto che ne eravamo già a corto prima dell’emergenza? Dovranno farlo insieme imprese, scuole ed università. Siamo un Paese di piccole e medie imprese. Date uno sguardo all’analisi svolta da McKinsey sulle conseguenze occupazionali per i diversi settori dello small-business in USA: sopravvive solo chi impiega skills alti.

L’emergenza Coronavirus rischia di determinare un taglio radicale di conoscenze e competenze che si ripercuoterebbe sull’occupazione, sulle possibilità di resilienza e sulla ripresa del sistema. Bisogna mettersi a correre.  Ci vuole una spinta straordinaria assieme ad una profonda rivoluzione  della  formazione terziaria. Ecco quindi tre proposte per dinamizzare subito e  in modo radicale l’intero sistema:

borsa di studio universale di 3000 euro, per favorire l’accesso agli studi universitari, per il pagamento delle tasse universitarie, dei libri di testo e delle spese connesse per tutti coloro che iniziano e completano un ciclo universitario di laurea e/o laurea magistrale; rafforzamento degli incentivi previsti a livello regionale già esistenti, al fine di incoraggiare e mettere tutti in condizione di intraprendere un percorso universitario;

– totale ed integrale deducibilità fiscale delle spese universitarie per le persone e per le imprese, iper-ammortamento dell’investimento in capitale umano (portando al 120% il bonus formazione 4.0) e rimborso degli oneri per tirocini, stage e ricerca; 

– radicale deburocratizzazione delle autorizzazioni e dei percorsi formativi, revisione dei requisiti minimi e modalità di valutazione, attraverso il ricorso ad autocertificazioni ex ante ed audit ex post indipendenti (riservando al Ministero le linee di indirizzo e verifica);

integrazione tra formazione, lavoro e ricerca; promozione della interdisciplinarietà  con laboratori, esperienze lavorative rafforzate nei piani studio, attraverso gli insegnamenti straordinari; valorizzazione degli “Open Campus”, laboratori interdisciplinari trasversali internazionali.

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