unione europea coronavirus

Nel 2025 l’Unione Europea sarà compiuta. Avremo realizzato per la prima volta l’unione politica e completato l’unione economica e monetaria, insieme a quella bancaria. Avremo un mercato unico perfezionato (dopo aver chiuso definitivamente il capitolo Brexit) ed elaborato una politica fiscale europea, messo nero su bianco una politica energetica degna di essere chiamata così e, infine, avremo anche piazzato l’Europa sul podio internazionale del digitale. Sarà l’Europa del giorno dopo. O almeno è quello che vorrebbe chi, come me, è nato sotto il segno dell’europeismo e spera che l’emergenza Coronavirus possa essere un nuovo inizio per l’UE e non un punto di arrivo.

L’emergenza Coronavirus è la più dura che l’Europa sta affrontando dalla crisi dell’Eurozona. Mi perdonerete, ma mi sembra necessario fare un accenno rapido su quello che abbiamo passato in quegli anni bui perché sono fondamentali per capire cosa è andato storto in quei processi decisionali e quale sia oggi la strada per affrontare nell’immediato una situazione che coinvolge tutti. La crisi che stiamo vivendo è completamente diversa rispetto a quella del debito sovrano del 2010: non si tratta di shock finanziari esogeni – come fu invece l’eredità che ci lasciò il crack della Lehman Brothers – ma di un’emergenza sanitaria globale che ha trovato tutti noi impreparati, Unione Europea compresa. E le misure europee in risposta al Covid-19 sono il prodotto di scelte che tengono conto di quanto già vissuto con la crisi finanziaria: abbiamo imparato – c’è chi lo ha fatto anche sulle spalle dei propri cittadini – i significati di MES e Troika ed è proprio in ragione di questi strumenti già collaudati che quelli messi in campo dalla Commissione von der Leyen oggi non possono prescindere dal valutare gli effetti che abbiamo già avuto modo di testare.

Da SURE a Recovery Fund: le misure europee

SURE (la Cassa d’Integrazione Europea) e le garanzie della BEI (Banca Europea per gli Investimenti) sono solo alcune delle misure – tra le ultime più rilevanti – che la Commissione Europea ha elaborato a supporto degli Stati membri per combattere la diffusione del Coronavirus, garantire liquidità alle imprese e sostenibilità occupazionale. Un Piano di interventi e investimenti portato avanti e messo a punto in tempi rapidi, nonostante la disinformazione e l’astio propagandistico nei confronti dell’Unione Europea, oramai un consolidato capro espiatorio di molti egoismi nazionali. E la riunione dei Capi di Stato e di governo convocata per oggi pomeriggio dovrà necessariamente dare seguito alle azioni che le istituzioni europee stanno portando avanti (che non si possa di certo dire che non ci siano state). Sarà allora il caso di mettere sul tavolo strumenti come il Recovery Fund, un fondo – proposto dalla Francia – da utilizzare per emettere i cosiddetti recovery bond e garantito dal bilancio UE, così come di valutare un MES senza condizionalità (a tasso di interesse agevolato), mettendo per una volta da parte la réclame e aprendosi finalmente agli aiuti che arrivano da Bruxelles. Un atto di buon senso insomma, mentre la BCE – a poche ora dal Consiglio europeo – viene in aiuto dell’Italia, con un paracadute che prevede l’acquisto di titoli di stato valutati “junk”, aggiornando il piano di acquisto voluto dal 2012 da Mario Draghi. E che, tradotto, significa che la BCE acquisterà anche i titoli meno sicuri fino a settembre 2021.

Europa stop&go

Ad ogni modo, tornando alla dimensione politico-istituzionale, è opportuno chiarire qualche passaggio. Se non altro per fornire un’altra chiave di lettura in merito alle difficoltà che l’Unione Europea sta affrontando in questa circostanza, soprattutto ed in particolar modo nel confronto con gli Stati membri. In questi anni, da Maastricht in poi, abbiamo conosciuto momenti di crescita ed espansione dell’Europa: l’Unione ha saputo investire sui propri punti di forza (PAC, mercato comune e libera circolazione di merci e persone), fino a consolidarsi – già agli esordi con la Commissione Juncker e oggi ancora di più con la Commissione von der Leyen – nella sfida al cambiamento climatico e costruendo un programma per l’energia (con il Green Deal europeo), oltre a mettere in campo una Strategia per i Big Data e l’Intelligenza Artificiale (Shaping Europe’s digital future).

Tuttavia, per quanto se ne dica, i problemi strutturali con cui l’Unione Europea ha a che fare oggi sono il risultato di progetti e sviluppi incompleti (o a volte bocciati sul nascere) che ne hanno ampliato i gap già presenti, provocando i continui stop&go a cui ci siamo tristemente abituati, dentro e fuori dai Consigli europei. Primo fra tutti, il processo di integrazione europeo interrotto bruscamente, ancora prima della crisi dell’Eurozona, per essere poi ripreso a puntate in questi anni in un clima di incertezza e diffidenza del quale ne hanno risentito anche i cittadini. Da una parte, il tentativo di dare all’Europa una Costituzione (bocciato da Francia e Olanda nei referendum rispettivamente di maggio e giugno 2005) ha facilitato la strada ai sentimenti antieuropeisti proprio tra i Paesi fondatori dell’Unione europea; dall’altra, la fatica (doppia) per l’UE di lavorare sul proprio modello di governance e colmare i gap strutturali (dal deficit democratico a quello comunicativo-informativo). Elementi che, durante la crisi del 2010, si sono sommati a quella che allora si è dimostrata una governance economica inadeguata ed inefficiente e che si è tradotta in austerity e in una totale assenza di leaderhip politica europea. Insomma, la ricetta uscita fuori dai tavoli dell’Eurogruppo di quegli anni ha prodotto più dramma che altro. E a l’Europa è servita da lezione per reagire e ripartire con una nuova narrativa.

Un problema a monte

Ma le evidenze manifestate in queste settimane – le diffidenze dell’Olanda, così come gli aut-aut dell’Italia – sono epifenomeni di un problema che sta a monte. L’egoismo degli Stati, che confluisce nelle riunioni dei Capi di Stato e di governo in Consiglio europeo, ha avviato una depoliticizzazione dell’Unione Europea, svuotata per come è delle sue funzioni e vincolata alle decisioni dei leader, spesso incapaci di dialogare tra di loro. L’effetto opposto – per usare una visione a me poco cara – è una estrema politicizzazione del Consiglio europeo che dalla crisi dell’Eurozona in poi ha acquisito sempre più peso, indebolendo il dialogo con le altre due istituzioni. Si è passati dal definire i temi dell’agenda-setting europea a politicizzare i temi nazionali, in un disperato tentativo di trasferire la sovranità e gli interessi nazionali attorno al tavolo di Palazzo Europa. Compromettendo in questo modo il ruolo e il peso delle istituzioni, oltre a generare una dispersione delle decisioni. E restituendo l’immagine di un’Unione Europea che viaggia su due binari separati: l’Europa delle istituzioni (Commissione, Consiglio e Parlamento) e un’Europa degli Stati membri (che compongono l’UE, ma non sono l’UE) mossa dagli egoismi dei governi.

Insomma, l’emergenza Coronavirus ha fatto riemergere gli umori sopiti da tempo e allargato le tifoserie dei sì/no Europa. Dopotutto, nulla di nuovo all’orizzonte. Ciononostante, il Covid-19 rappresenta un’opportunità per l’Unione Europea. Per l’Europa del dopo sarà necessario lavorare a tutti i livelli, dalla dimensione politica a quella della politica economica, dall’architettura istituzionale fino all’ordinamento giuridico. Sarà fondamentale riprendere i processi e i progetti lasciati in stand-by a causa del Coronavirus, prima fra tutti la Conferenza sul Futuro dell’Europa, ricostruire una nuova narrativa per l’Europa che risollevi il sentimento europeo e rimettere solidarietà, democrazia e dialogo al centro. In breve, riformare l’Unione Europea. E allora forse il 2025 non sarà poi così lontano.

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