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Due cecità sull’intesa nell’Eurogruppo: quella di chi sostiene l’incredibile idea che l’Italia debba affrontare la ricostruzione senza risorse europee aggiuntive e solo con debito dello Stato verso i propri cittadini (Bot del Tesoro); quella, opposta, di chi diffida degli Eurobond ed è troppo sensibile alle ragioni “rigoriste” del fronte del Nord.

Entrambe queste posizioni hanno subìto una smentita dall’intesa tra i ministri finanziari dell’Eurogruppo. Entrambe le posizioni sottovalutano la realtà del post-emergenza e le esigenze che emergeranno. Stiamo andando incontro alla più pesante recessione dei tempi moderni: 11 punti di caduta del PIL. Non si tratta di una crisi “domestica”. L’idea che si possa affrontarla con risorse e debito “nazionali” sfiora la demenza. È una crisi globale. In cui peserà l’approccio che le grandi aree economiche (Cina, Usa, Asia) avranno con la ripresa dell’economia mondiale e le risorse che metteranno a disposizione di essa.

Della Cina conosciamo bene la forza e le risorse. Conosciamo poco delle strategie, certamente sfidanti, che metterà in campo. Gli Stati Uniti hanno adottato un approccio aggressivo, un piano di 2500 miliardi, nelle mani della Fed, articolato in vari strumenti: risorse per le grandi corporate (quelle più direttamente impegnate nella sfida globale con la Cina); un piano consistente (850 miliardi) di titoli ed obbligazioni destinato all’insieme delle imprese; un programma di Quantitative Easing (acquisto di titoli ed obbligazioni) senza limiti; un programma di aiuti specifici alle piccole e medie imprese (fatto dal 75% a fondo perduto); un esteso programma di aiuti, sussidi e sostegni alle famiglie più povere e di sussidi di disoccupazione. Non c’è dubbio: una batteria inedita di misure di sostegno. E nella più assoluta condivisione bipartisan.

Si può ragionevolmente sostenere che l’Europa possa stare in questa sfida facendo leva sulle fragili gambe dei debiti solo nazionali? E del meccanismo del MES che, al di là delle condizionalità irrealistiche in questa recessione globale, è un meccanismo immaginato solo per casi di default e recovery dei bilanci di singoli Paesi? Il problema posto da Italia, Francia e Spagna era semplice e chiaro: occorre una batteria di misure, quantitativamente e qualitativamente, analoghe al Recovery Plan americano per posizionare l’Europa nella sfida globale della grande recessione. Tra queste misure è impensabile che non vi sia un Fondo europeo comune, finanziato col debito comune (legato al bilancio UE) e utilizzabile da tutti i Paesi europei. Corona Bond? Eurobond? I nomi non contano. È il concetto che conta. Ed è entrato nell’agenda europea (sarà l’oggetto del prossimo vertice dei capi di governo).

L’intesa nell’Eurogruppo è un compromesso ma di ottima fattura. E molto vicino alle posizioni dei tre Paesi dell’area mediterranea. Come il piano Usa si fonda su 4 pilastri (non uno solo): un fondo (500 miliardi) comune, finanziato da titoli congiunti e con “strumenti finanziari innovativi” (compromesso per evitare la parola Bond?) per investimenti atti a fronteggiare i “costi straordinari della pandemia”; una gestione comune dei fondi di lungo periodo mobilitati dalla BEI (Banca Europea degli investimenti); il piano SURE (Support to mitigate Unemployment Risks) di 100 miliardi per il mercato del lavoro; l’uso flessibile del MES finalizzato al finanziamento dell’assistenza sanitaria e ai programmi di cura e prevenzione legati al COVID 19.

Si poteva fare di più? Certamente. Ma la batteria messa in campo è quella giusta. E si tratta di un pacchetto “aperto”: nei prossimi mesi, l’impegno comune è ad un allargamento, qualitativo e quantitativo, delle misure. Ma l’Europa c’è: sovranismo divisivo ed egoismi sono stati battuti.

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