energia green deal

Al termine di questo breve cammino sul futuro delle politiche energetiche in un mondo ammalato di coronavirus, provo a scovare le buone notizie. Ce ne sono, per fortuna. La prima e fondamentale è la seguente: la transizione energetica non avrà probabilmente le forme che l’Unione Europea gli ha forse un po’ astrattamente e volontaristicamente attribuito, ma si farà perché è già in atto. Sono i primi vagiti, ma, a mio avviso, assai solidi. Quando ho iniziato a occuparmi di questi noiosissimi argomenti erano i tempi di Cernobyl: a quell’epoca, produrre un MWh con l’eolico costava non meno di 200 euro di oggi, uno di fotovoltaico il triplo; ora i loro costi di produzione non sono più molto distanti da quelli esibiti dalle più moderne centrali a ciclo combinato alimentate con il gas naturale. 

Gran parte dei vincoli economici allo sviluppo delle fonti rinnovabili si sta risolvendo grazie alle economie di scala e all’innovazione tecnologica. Pensate alle pale degli aerogeneratori: una volta si facevano con alluminio aeronautico, oggi con materiali compositi che costano meno e pesano un terzo. Il caso del fotovoltaico è ancora più eclatante: dieci anni fa un kWp (che sta per kilowatt di potenza di picco, che va moltiplicato per le ore di insolazione e per una manciata di coefficienti, per cui, grosso modo, ad ogni kWp di potenza corrispondono in Italia tra 1000 e 1400 kWh di energia) costava all’ingrosso tra 2400 e 2800 euro; oggi lo si porta via a 240 euro. Certamente, le speculazioni dei produttori cinesi moltiplicate per l’opportunità offerta da incentivi esageratamente generosi in molti paesi europei (Spagna, Germania e Italia in testa) hanno tenuto fittiziamente alti i prezzi, ma possiamo oggi dire che un impianto fotovoltaico di taglia industriale presenta costi di generazione tutto sommato paragonabili a quelli relativi agli impianti alimentati a fonti convenzionali (sempre salvo il fatto che le quotazioni del gas naturale non crollino come sta accadendo per il petrolio).

Insomma, possiamo dire che i vincoli economici relativi al futuro sviluppo delle fonti rinnovabili sono in gran parte risolti. Rimangono però quelli di natura tecnica, che a loro volta trascinano ulteriori problemi economici. A ben vedere, il problema è uno soltanto: la discontinuità e la non programmabilità. Per quanto attiene il fotovoltaico non è difficile prevedere quanta energia sarà prodotta il giorno dopo: il sole si leverà all’ora tale, passeranno delle nuvole a mezzogiorno, poi il tramonto; quattro conti tra potenze in gioco e previsioni meteorologiche attendibili e il risultato è garantito. Benissimo. Ma, se la curva temporale della domanda di energia elettrica non corrisponde a quella della generazione fotovoltaica, il conto non torna. Ancora più complicata è la gestione dell’eolico, perché i venti sono più capricciosi e se ne fregano del giorno e della notte. Si può fare meglio con gli impianti offshore (il vento in mare aperto è costante e abbastanza prevedibile), ma ad prezzo economico e paesistico non sempre sostenibile, salvo utilizzare le piattaforme per idrocarburi in disarmo.

Le soluzioni sono due. La prima è costituita dalla compensazione che gli impianti tradizionali, soprattutto quelli alimentati a gas, sono in grado di offrire. Per i tecnici di Terna, cui spetta l’onere di mantenere sempre in equilibrio ed in sicurezza il sistema elettrico nazionale, è un lavoraccio: si tratta di continue regolazioni fini, oggi possibili grazie alla digitalizzazione dei sistemi. Diciamocelo con franchezza: senza lo straordinario sviluppo della capacità e della velocità di calcolo dei computer, le rinnovabili non potrebbero rappresentare il 40 per cento della generazione elettrica nazionale nemmeno in presenza di interventi divini. Ci siamo arrivati, e andremo molto più in avanti, grazie al digitale, sia sul lato del calcolo sia su quello della capacità di gestire sistemi complessi. La faccenda è più complicata di come appare: in gioco non ci sono 100 centrali a gas e 1000 impianti fotovoltaici; a giocare sono alcune migliaia di impianti tradizionali e più di 700 mila punti di generazione fotovoltaici e molte migliaia eolici. Una cosa di una complessità affascinante, dove il gioco millimetrico delle azioni, di Terna sul lato dell’equilibrio globale del sistema, e dei distributori di energia elettrica, ai quali sono connessi tutti i piccoli impianti, su quello dell’equilibrio sui singoli noti della rete, fa il risultato. 

Ma il ricorso alle centrali a gas naturale a ciclo combinato per compensare la domanda di energia non è sempre esente da conseguenze. La chiamata a produrre di questi impianti comporta infatti che per un certo periodo di tempo (la cosiddetta “rampa a salire”) l’efficienza sia deludente. Per arrivare al 50 e perfino 60 per cento di efficienza (cioè il rapporto tra l’energia primaria consumata e l’energia elettrica prodotta) serve tempo. I cicli combinarti non sono macchine che puoi accendere e spegnere a piacimento, e se smette di tirare vento o la vetreria dietro l’angolo accende tutti i forni in una volta, succede che i costi di generazione crescono. Per risolvere la cosa si stanno realizzando diverse nuove piccole centrali a gas a ciclo aperto, i cosiddetti peaking, capaci di produrre elettricità molto rapidamente e di rimettersi a dormire tranquilli altrettanto rapidamente (e nessuno le vuole: in futuro dovremo coniare un nuyovo etrmine: “No Peaking”). Ma hanno per definizione una efficienza inferiore ai cicli combinati, ciò che comporta un costo più elevato ed altrettante emissioni di gas climalteranti. Insomma, una parte della cura, le rinnovabili, comporta un anche un indiretto incremento delle emissioni e dei costi. Il saldo rimane positivo, ma non sono soltanto rose e fiori.

La seconda soluzione è costituita dagli accumuli. Possono essere fondamentalmente di due tipi. I primi sono gli impianti idroelettrici a bacino utilizzabili come pompaggi: quando c’è poca di domanda di energia si riporta l’acqua in bacino, per poterla “turbinare” (meravigliosa gergalità tecnica) in tempi anche brevissimi alla bisogna. E’ una soluzione alla quale si fa da decenni largo ricorso, ma che non può, per intuibili motivi ambientali, essere ulteriormente sviluppata, se non in misura marginale. 

I secondi sono le batterie. Immaginiamo che per ogni impianto fotovoltaico ed eolico vi sia un sistema di accumulo tale per cui quando non c’è richiesta di energia essa viene messa da parte per far fronte ai successivi picchi di domanda. Bellissimo. Ma costoso e difficile da realizzare. Oggi, si preferiscono gli accumuli di grandi dimensioni posizionati lungo rami della rete elettrica nazionale particolarmente critici, per offrire una boccata di energia quando ce n’è bisogno. Se ne possono realizzare anche di più piccoli, da collocare lungo le reti di distribuzione a media e bassa tensione. Ma ci sono due problemi. Uno, c’era da aspettarselo, di ordine economico: una diffusione efficace di accumuli elettrochimici risolverebbe molti problemi di efficienza della rete, ma avrebbe un costo tale di far risalire il valore del kWh prodotto dalle rinnovabili non programmabili al di là della soglia della convenienza economica, rendendo quindi necessarie sostanziose politiche di incentivazione pubblica. Il secondo è di ordine pratico: la migliore tecnologia oggi disponibile è quella delle batterie agli ioni di litio; i metalli necessari per costruire sono disponibili soltanto in alcune aree del pianeta e non in misura infinita; non sono eterne, e il loro smaltimento a fine vita è complicato e comporta ulteriori emissioni inquinanti; soprattutto, gli accumuli diventerebbero i più temibili concorrenti delle auto elettriche, con inevitabili conseguenze di mercato.

Conclusione: si può fare, si può arrivare a produrre tre quarti dell’energia elettrica che ci serve con le fonti rinnovabili (di più, francamente, non credo). In questo modo, riducendo dall’altra parte la domanda complessiva di energia e incrementando gli usi elettrici, più puliti e più efficienti, si potrà arrivare a garantire che almeno un terzo dei consumi energetici finali sia di origine rinnovabile. Si potrà in futuro fare ancora meglio, ne sono certo. Ma non è gratis, costerà parecchi soldi; e non è tutto oro quello che luccica, perché un simile sviluppo avrà, come abbiamo visto, anche un costo ambientale, ancorché non apparente. E l’emergenza coronavirus certo non accelererà questi processi, perché la crisi economica spaventosa che si sta abbattendo sul mondo intero toglierà molte risorse che in tempi normali sarebbero andate agli incentivi necessari alla transizione energetica. Ma non credo sia una rivoluzione. Ci vorrà più tempo, certo. Ma ce la faremo. (4. fine)

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