mercato energia coronavirus

Devo confessare che sono quasi sgomento: mi occupo di energia da qualche decennio – certamente non sono un tecnico, soltanto un giornalista -, ma qualche cosa alla fine ho imparato. E non riesco a capire perché mai gli effetti economici della pandemia da Coronavirus dovrebbero costituire un assist alla transizione energetica. Se si dice che siamo stati brutti, cattivi e spreconi e, visto che dopo il Covid-19 bisognerà in qualche modo ricostruire l’economia non soltanto occidentale, tanto vale farlo su basi belle, buone e morigerate. E ci si può anche stare (salvo capire se sia effettivamente possibile dal punto di vista economico e tecnologico e se il gioco valga la candela).

Ma sostenere che il crollo del prezzo del petrolio – che dalla scorsa settimana ha cominciato a trascinare al ribasso anche il gas naturale – costituisce un incentivo al tanto atteso tumultuoso sviluppo delle fonti rinnovabili, lo trovo francamente sbagliato. E non soltanto perché, da che mondo è mondo e da che mercato è mercato, se un bene è poco richiesto perde valore e non comporta mai che un bene alternativo ne perda altrettanto. In altre parole: se il metano viene via a prezzi di saldo, non si capisce perché un pannello fotovoltaico o una pala eolica dovrebbero anch’essi costare e all’improvviso la metà.

La questione è noiosamente molto più complessa e temo che molti di quelli che sostengono la tesi per cui petrolio a zero = rinnovabili alla riscossa non abbiano le idee chiare su come funzioni il sistema elettrico. Proviamo a capirlo, allora, facendoci aiutare da Rse, la società che fa capo al Gse e che è preposta allo studio e alla ricerca in materia di sistemi e mercati energetici (i più anzianotti si ricorderanno del Cesi, il Centro Elettrotecnico Sperimentale Italiano, che è, in pratica, il nonno di Rse).

Lo studio di Rse

In uno studio pubblicato nei giorni scorsi, Rse traccia la fotografia del sistema elettrico italiano in questi tempi di Coronavirus. I dati che ne emergono sono di assoluto interesse. Cerco di rappresentarli in modo semplice e intellegibile a tutti:

  • nel corso del mese di marzo, complice il lockdown, la domanda elettrica in Italia è calata del 10,8% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente;
  • il Pun (prezzo unico nazionale dell’energia sulla borsa elettrica) è sceso dai 52,9 euro per MWh (uguale a mille chilowattora) del marzo 2019 a 32 euro soltanto. E non è ciò che paghiamo in bolletta – dove ricadono anche trasporto, distribuzione, incentivi alle rinnovabili e imposte – ma soltanto energia pura e semplice: grosso modo tra il 40% e il 50% di quel che vediamo nel totale delle fatture del nostro fornitore;
  • la quota delle fonti rinnovabili sul totale dell’energia elettrica prodotta è passata, sempre da marzo 2019 a marzo 2020, dal 38,5% al 42%. Questo perché, poiché le rinnovabili sono incentivate, sul mercato del giorno prima della Borsa elettrica gli operatori possono offrire quell’energia a zero: il prezzo che varrà per tutte le forniture di quel giorno è quello fissato alla fine delle contrattazioni, tipicamente dall’ultimo impianto a gas che offre. Questo comporta che l’energia da rinnovabili trova subito acquirenti, a prescindere dal prezzo cui viene offerta. Ora, a fronte di forte calo della domanda, l’energia prodotta dagli impianti alimentati da fonti rinnovabili verrà comunque tutta venduta e la riduzione si ripercuoterà quasi esclusivamente sulla produzione da fonti fossili;
  • domenica 5 aprile è accaduto che la quota delle rinnovabili sul totale della produzione sia arrivato al 48%, offrendo così uno scenario -ancorché limitato nel tempo e coincidente con la fase del tutto particolare del lockdown – che potrebbe assomigliare a quello disegnato per il 2030 dal Pniec (Piano energia clima italiano) che, in qualche maniera, si incastonerà nel Green Deal europeo;
  • ma domenica 5 aprile non è soltanto accaduto che le rinnovabili abbiano toccato la massima vetta mai raggiunta su un arco temporale di 24 ore. E’ successo anche che il gas naturale abbia coperto il 35% della produzione, garantendo al sistema elettrico la necessaria stabilità a fronte della non programmabilità della maggior parte delle rinnovabili in gioco (fotovoltaico ed eolico essenzialmente). Inducendo addirittura alcuni operatori a vendere l’energia elettrica a zero, pur di non dover spegnere le macchine, correndo poi il rischio di non poterle riavviare quando richiesto per compensare la variabilità della generazione da rinnovabili (le centrali a ciclo combinato a gas sono efficientissime, anche oltre il 60%. Ma non sono come lampadine che si accendono e si spengono, per avviarle e per arrestarle ci vuole tempo e in queste fasi (le cosiddette rampe a salire e a scendere) la loro efficienza si riduce di molto, comportando un aumento dei costi di generazione.

Due osservazioni

La prima riguarda il ruolo ricoperto dal gas naturale, destinato, in una maniera solo apparentemente paradossale, ad accrescersi all’aumentare del contributo delle fonti rinnovabili non programmabili. Non è certo un caso se (finalmente, ci sono voluti più di 10 anni) è stato introdotto un mercato della capacità, proprio per remunerare quegli impianti, principalmente  gas, che risultano indispensabili per compensare le oscillazioni tipiche delle rinnovabili. Per cui non è la percentuale media giornaliera sull’energia prodotta a dirci quale sia il peso delle fonti fossili, ma il ruolo che svolgono al fine di mantenere in equilibrio e in sicurezza il sistema elettrico (in altre parole: solo il baluardo contro i blackout). 

La seconda considerazione riguarda l’esperimento, per così dire, compiuto da Rse che è interessante, ma non spalmabile sul futuro. La situazione registrata il 5 aprile è sì analoga a quella che si potrebbe registrare in un dopodomani molto green, ma eccetto un ingrediente fondamentale: la domanda. Il 5 aprile eravamo tutti tappati in casa, era domenica e anche le attività economiche autorizzate in tempi di Coronavirus erano ferme o quasi ferme. Per il 2030, il Pniec disegna invece una penetrazione delle auto elettriche nell’ordine di diversi milioni di unità ed una sostenuta elettrificazione dei consumi finali di energia. Questo significa che, in un giorno medio del 2030, la domanda in potenza e in energia sulla rete elettrica italiana potrebbe essere anche più che doppia, o forse tripla, rispetto a quella registrata il 5 aprile scorso.

E questo comporterebbe un disegno del sistema di generazione completamente diverso, dove magari la quota di ogni fonte sul totale della produzione di un mese risulterà analoga a quelle registrate il 5 aprile, ma con picchi – su archi temporali anche molto brevi – nei quali il panorama potrebbe essere completamente differente. Insomma, quando si cambia l’ordine dei termini delle moltiplicazioni il risultato rimane immutato, ma con le divisioni è tutta un’altra storia. 

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