Niels Bohr, fisico danese e premio Nobel nel 1922 per i suoi contributi fondamentali nella comprensione della struttura atomica e nella meccanica quantistica, diceva: “le previsioni sono estremamente difficili, specialmente sul futuro”. La previsione, per definizione, contiene sempre un buon margine di errore e questo è insito nella previsione stessa, che altrimenti sarebbe profezia. Ma nella sfera economica, specialmente dopo il 2008, la previsione economica si rivela fallace più di quanto abbiamo immaginato per molti decenni. 

Partiamo proprio dalla crisi del 2008, analizzando le previsioni precedenti allo scoppio della bolla immobiliare, e le previsioni successive sulle conseguenze a cui ciò avrebbe portato. Quella crisi fu senza dubbi un processo che mise in discussione i capisaldi dell’economia finanziaria, essenzialmente dovuta al fatto che i prezzi delle case – a causa della concessione compulsiva di mutui da parte delle banche e la valutazione errata di questi mutui da parte delle agenzie di Rating – iniziarono a crescere progressivamente, fino a raggiungere un aumento esagerato. Le banche, che fino a quel momento rivendevano le case degli insolventi al doppio del prezzo a cui le avevano acquistate (nell’ultima fase, anche al doppio del loro prezzo reale), non furono più in grado di venderle perché nessuno era più in grado di pagarle. E’ lì che si formò, graficamente, il culmine della bolla che scoppiò nel momento in cui il valore di mercato precipitò drasticamente.

Giorgio Arfaras, collaboratore della Lettera Economica del Centro di Ricerca e Documentazione Einaudi, ha definito la crisi del 2008 come uno spartiacque tra “l’era dell’ottimismo” e “la grande ansia”: l’era dell’ottimismo (1991-2008) fu caratterizzata dall’idea della “fine della storia dell’economia” nel senso che il ciclo economico, ormai ben conosciuto e di facile previsione, si sarebbe tradotto in una crescita costante che non avrebbe mai subito uno stop o un cambio di tendenza. Ed è di questa convinzione che la crisi del 2008 è figlia.

Allo scoppio della bolla, le conseguenze furono senza dubbio devastanti. Fallirono molte imprese: Lehmann Brothers, una volta una società attiva nei servizi finanziari a livello globale, è solo uno dei tanti nomi; la disoccupazione vide una crescita più o meno diffusa in tutto il mondo e il grande ottimismo economico che aveva caratterizzato più di un decennio, fu sostituito dall’ansia e dalla sfiducia. L’economia reale, che traduciamo come investimenti alle attività e alla produzione, si distaccò dall’economia finanziaria – la dimensione che comprende la restituzione prestiti, gli interessi e le spese – e i modelli keynesiani e neo-liberisti furono travolti.

Le previsioni dell’Ocse nel 2008-2009, condivise dal Fondo Monetario Internazionale che valutarono l’impatto della crisi sull’Eurozona, si rivelarono sbagliate. Ma queste istituzioni non sbagliarono a causa di un’incompetenza di fondo, neanche a causa di un eccessivo ottimismo, ma semplicemente ancora non avevano recepito un’importante lezione: il comportamento dell’uomo nella sfera economica non è facile da comprendere. Se ci troviamo in una situazione nel quale l’economia globale si muove verso la crescita, i messaggi che arrivano dalle oscillazioni di mercato – e dai media, di conseguenza – sono positivi, le aziende fioriscono e la classe media registra redditi medio-alti. Siamo più incentivati a spendere e le banche possono concedere mutui a chiunque, perché il rischio della loro insolvenza è coperto dal fatto che le case potranno essere rivendute a prezzi maggiori, dato che il settore immobiliare non può, per definizione, entrare in crisi (altra previsione che si rivelò errata).

Quando, però questo è avvenuto, i messaggi da parte del mercato (e dai media, di conseguenza) sono cambiati. È aumentata la paura, la diffidenza nei confronti delle istituzioni, economiche e non, e di conseguenza gli investimenti e la fiducia tra le banche stesse. Alla base, più che un reale impatto sui redditi della classe media, vi era appunto la sfiducia. Il fattore fiducia/sfiducia nell’economia è determinante, ma è un comportamento del singolo individuo che rende l’economia, come tutte le scienze, impossibile da prevedere.

Le previsioni per il dopo Covid-19

Con questa premessa, analizziamo le previsioni per il post Covid: il Pil globale scenderà del -3% – secondo quanto stimato dal Fondo Monetario Internazionale – in conseguenza della recessione che seguirà alla pandemia. Una previsione del genere supera di gran lunga ciò che accadde nel 2009, quando nel post crisi si registrava un -0,6%. La discrepanza, che rende queste due crisi economiche difficili da affiancare, è spiegata bene da Gita Gopinath, direttore del dipartimento di ricerca del FMI che ha sottolineato come “il problema [è] che in questa crisi siamo travolti da un’incertezza che riguarda la durata e l’intensità dello schock, e stimolare la domanda, come si farebbe in qualsiasi altra crisi, sarà impossibile”.

L’impossibilità cui fa riferimento Gita Gopinath è semplicemente dovuta al fatto che la crisi non avverrà a causa di una bolla finanziaria o di una brusca oscillazione di mercato, ma sarà causata dalle misure di contenimento e dal conseguente stop nella catena di produzione cui l’impatto è impossibile da calcolare, perché per alcune attività – pensiamo a quelle considerate “non essenziali” come piccole imprese a contatto stretto con le persone – ripartire, senza la sicurezza di aver debellato il virus, potrebbe addirittura essere non desiderabile. 

In genere, quando vi è una crisi economica, lo schock riguarda la domanda: ciò significa che il prodotto non manca, ma sono i consumatori a non acquistare e le imprese a non voler investire; in rari casi la crisi può riguardare anche l’offerta: c’è chi vuole comprare, ma non c’è prodotto. Ma l’attuale emergenza economica è dal punto di vista macroeconomico crisi di domanda e di offerta contemporaneamente: non si può comprare né produrre e in più è accompagnata da una fortissima incertezza (vera e propria ansia) che fa rinviare acquisti e investimenti. È la prima volta che una situazione del genere si diffonde così violentemente su larga scala nell’economia globale. Capire quindi come si comporterà l’economia di mercato è estremamente difficile, così come riferire dei numeri di abbassamento – ma anche di crescita – dell’economia mondiale, da poter considerare completamente attendibili. 

Allora la crisi economica nel dopo Covid-19 potrebbe non essere così distruttiva come oggi viene descritta e c’è chi sostiene che la crisi potrebbe spingere a risposte, da parte dei governi e dei mercati, che non possiamo prevedere oggi. Gli economisti ottimisti, che non nascondono le difficoltà economiche che il mondo dovrà affrontare, sostengono che molti dei cambiamenti nell’economia attribuiti alla pandemia e a ciò che ne seguirà, erano già in atto, irreversibili, e dovuti più alla natura stessa dei Paesi che a una crisi o a una cattiva gestione dell’economia.

Un esempio su tutti è la crescita lenta, denominata da alcuni “stagnazione secolare” e alla quale viene attribuito un significato negativo. La verità è che un Paese ricco e industriale verosimilmente affronterà una crescita lenta e ciò è sempre da ricercare nella natura dell’uomo: nei Paesi ricchi, l’uomo decide di passare meno tempo a lavoro e di costruire famiglie meno numerose. Questo accadeva prima del Covid-19 – e continuerà a succedere dopo -, ma verrà osservato più attentamente. Un altro esempio è la crescita rallentata del Pil, per cui molti dimenticano che rallenta al diminuire della forza lavoro.

Ma la forza lavoro ha una forza propulsiva che a sua volta rallenta al crescere dei livelli di istruzione. Vero, peserà la dinamica dei consumi, come si è visto prima. Ma tanto la richiesta di una gestione più ampia del commercio globale da parte dei governi – piuttosto che dei mercati – quanto l’impegno a costruire un ordine internazionale più solido, sono fattori che possono avere un impatto enorme, oggi impossibile da valutare. Ed è per questo che le previsioni economiche, anche stavolta, sono dotate di un considerevole margine di errore

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