musica coronavirus

Covid-19 Quarantine Party è la playlist su Spotify che raccoglie un mix di brani e che ne fanno una raccolta ironica, e forse anche un po’ nostalgica, che da Toxic di Britney Spears arriva fino a Don’t Stand So Close To Me dei Police. La musica, se ci fossero ancora dubbi, si rivela nuovamente un mezzo potentissimo dell’essere umano, in grado di trasformare il minaccioso mostro della quarantena in un tenero agnello. Eppure, nei nostri discorsi sui rimodellamenti che la nostra vita quotidiana dovrà subire durante il lockdown, la musica rientra soltanto marginalmente.

Viene da sé che per la musica, oggi, la situazione non è facile: secondo la Fondazione Centro Studi Doc sono fra i 300 mila e i 380 mila i lavoratori dello spettacolo attualmente fermi. I concerti sono fermi, e anche cercando di essere ottimisti, non possiamo immaginare che assembramenti di questo tipo ripartano prima di un anno. Nek, all’anagrafe Filippo Viviani, popolare cantautore e polistrumentista italiano, autore di alcune delle canzoni più popolari nella cultura italiana (Laura Non C’è è soltanto una), ha dichiarato che la musica avrà bisogno di reinventarsi:

“Dopo questo momento, caratterizzato dalla paura e dalla solitudine, il mondo intorno alla musica, quindi la discografia, i concerti, e il management di un artista, dovranno scrivere nuove regole, perché le vecchie sono completamente saltate”.

Abbiamo visto come una notevole congerie di artisti abbia mantenuto i rapporti con i propri fan tramite la piattaforma streaming. Sono già parte della storia i concerti “in salotto” di artisti del calibro di Tiziano Ferro, Nek stesso, Francesca Michielin e Jovanotti. L’ultimo non ci sorprende: quasi come se stesse aspettando un’occasione del genere, ha colto la palla al volo per dimostrarci, ancora una volta, che la musica non ha perso il suo potere innovativo. Come un liquido, la musica non ha uno spazio in cui non entra per dimensioni, ma riesce ad adattarsi e a riempire ogni tipo di ambiente.

Eppure, la differenza con la dimensione live si è vista. L’artista comunicava col suo pubblico, come faceva durante i suoi concerti e si muoveva nella stessa maniera, con una sola differenza: il pubblico non c’era. L’audience, infatti, era collegata, fisicamente lontana dall’artista, ed è lì che ci siamo resi conto di una componente, che diventerà essenziale nel mondo della musica del futuro: la fantasia dello showman, e la sua capacità di fingere che il pubblico sia lì con lui.

Il lavoro dell’artista musicale si è evoluto col tempo e il bagaglio di competenze che gli viene richiesto si è allargato, fino a comprendere sfere anche al di fuori della musica stessa. Non proporremo, in questo articolo, un pleonastico confronto artistico tra Lucio Battisti e Fedez, ma soltanto una comparazione tra ciò che il pubblico richiedeva ai tempi del primo, e ciò che richiede adesso. Lucio Battisti era un grande compositore, con una sublime attitudine per la chitarra, ma caratterizzato da una nota avversione per le apparizioni pubbliche (sua e di Mogol fu la storica decisione di non fare più concerti, dopo il tour dell’estate 1970). Ai suoi tempi, il pubblico chiedeva all’artista soltanto di incidere dischi, e poco importava la scarsa qualità del suono registrato; d’altronde, l’emozione al centro di una canzone fatta bene, con passione e con identità, non la si può spiegare o circoscrivere nella qualità. Inoltre, c’è da aggiungere, la mancanza di mezzi variegati come Instagram, Facebook, Spotify o iTunes, non permetteva alla gente di sognare più di quanto già gli veniva dato. Insomma, ho fatto un disco, lo hai comprato, e la storia finisce lì. La componente Live, seppur importantissima anche ai tempi, non era la principale fonte di sostentamento dell’artista, che addirittura poteva decidere di farne a meno. Fedez, invece, considerando anche la differenza di genere musicale praticato tra i due, mostra, a detta di alcuni, una minore efficienza artistica, ma decisamente una maggiore capacità di relazionarsi col suo pubblico. Ripeto, oggi Fedez dispone di strumenti di relazione con il pubblico decisamente differenti rispetto a quelli di cui disponeva Lucio Battisti, ma è anche ciò che a Fedez viene chiesto. Oggi, all’artista, si richiedono capacità che vanno ben oltre la sola performance musicale, ed egli non si può più permettere di rinunciare alle uscite Live, né di instaurare un rapporto col suo pubblico.

Questa capacità di legarsi al suo pubblico, ovviamente aggiuntiva e non sostitutiva alla cifra artistica, è quello che oggi valutiamo in una persona che intraprende la carriera della musica come Front man. Domani, dovremo valutare la capacità dell’artista di ricreare il suo pubblico, in contesti differenti dai locali e dai palchi. La sfida è grossa, ma grazie alla tecnologia che avanza, non è più una circostanza impossibile.

Il 5G, la rete di nuova generazione, la Virtual Reality, il simulatore di realtà effettiva, e l’Intelligenza Artificiale sono solo alcuni degli strumenti che verranno a palesarsi in questo nuovo scenario. Proviamo ad immaginare un visore di Virtual Reality, in grado di teletrasportarci nel Parterre di uno stadio: intorno a noi ci sono persone, alcuni, come noi, connessi in tempo reale; altri, invece, presenti fisicamente nello stadio. Immaginiamo poi, dall’altra parte, l’artista, che grazie al visore si trasferisce istantaneamente dallo studio di registrazione al palco. I musicisti, la sua Band, sono con lui, connessi in tempo reale grazie alla Virtual Reality, e in grado di suonare in sincrono senza alcun problema di latenza, grazie al 5G. L’intelligenza artificiale, dalla sua parte, penserà a riprodurre l’ologramma dell’artista sul palco, per coloro fisicamente presenti sul posto.

Ci chiederemo per sempre se, di fronte a tutto questo, persino Lucio Battisti avrebbe esitato qualche istante in più prima di decidere di abbandonare i tour, ma ciò che sappiamo, per certo, è che la musica sta cambiando, ma al centro c’è sempre e comunque lei soltanto.

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