cinema coronavirus

La duttilità è divenuta una delle nostre migliori qualità. Tra settori bloccati e comparti stagnanti, c’è chi continua a muoversi e chi si reinventa e il cinema è uno di questi. L’industria cinematografica ha reagito all’emergenza con la tecnologia ed ora, non volendo abbandonare la tradizione, si è guardata indietro trovando risposte in uno dei suoi simboli: il drive-in. Negli ultimi giorni abbiamo accarezzato l’idea di tornare in questi cinema all’aperto degli anni ’60, tipici luoghi di ritrovo che non hanno abbandonato il palcoscenico statunitense, solo negli USA ce ne sono circa 300 ben funzionanti e pronti a ripartire e a ricaricare le casse hollywoodiane.

E proprio a proposito di Hollywood, sembra solo ieri che la giuria tradizionalista degli Oscar ha premiato, contro ogni aspettativa, il film Parasite, primo film straniero a sbancare nell’Olimpo del cinema. Un Olimpo che ormai da svariati anni guarda ad Est ed è attratto, volente o nolente, dalle prospettive di crescita e di guadagno legate all’Asia, specialmente alla Cina. La vicinanza degli Studios a Pechino e il desiderio di esportare produzioni cinematografiche hanno plasmato le decisioni dei grandi registi e sceneggiatori americani, che hanno adattato le loro trame e scelto i loro attori spesso in base ai gusti della platea cinese.

Il mercato cinematografico made in China è ormai il secondo al mondo, destinato a superare anche i ricavi degli Stati Uniti. Queste prospettive di crescita hanno inesorabilmente portato la lobby di Hollywood a richiedere maggiori permessi e riconoscimenti nel Regno di Mezzo. Attualmente, infatti, in Cina vengono mediamente ammessi 34 film stranieri e ciò avviene dopo un’attenta supervisione di un’apposita commissione, volta a tutelare il Partito, il Governo e la storia di Pechino. Non è un caso che di base si segua la regola delle tre T, ovvero evitare di trattare i seguenti argomenti: Taiwan, Tibet e Tiananmen. Non stupisce dunque che molti film americani vengano realizzati nel rispetto della censura cinese e pensando in particolare al pubblico orientale, che ha spesso risollevato le sorti delle produzioni meno apprezzate in patria e nel resto del mondo.

In questo momento di stallo, però, il fil rouge che ha legato alcune produzioni americane alla controparte cinese è causa di ulteriori problematiche per Hollywood. E infatti la chiusura dei cinema cinesi – dei quali è stata tentata una timida riapertura lo scorso 23 marzo – ha causato una forte battuta d’arresto per gli Studios. Film che abbiamo amato, protagonisti delle ultime edizioni degli Oscar, non sono stati ancora mandati in onda nella Terra di Mezzo, né è possibile sapere se e quando ciò accadrà. Questa situazione è aggravata dal fatto che gli Stati Uniti non hanno alcun controllo sulle modalità o sulle tempistiche di distribuzione dei film stranieri nel Paese, problema che Hollywood presenta regolarmente nelle discussioni attorno alle quali ruotano i diritti di libero scambio.

È inevitabile, quindi, che al momento le perdite effettive e potenziali dei film americani tendano a salire ed è ora che bisognerebbe agire vedendo questa pandemia in maniera diversa, ovvero come un’opportunità. Infatti, se da un lato si fanno strada le piattaforme streaming (che in Cina non hanno molta disponibilità di film), dall’altro è innegabile che la chiusura protezionista di Pechino, dopo un iniziale periodo di tutela delle pellicole nazionali, potrebbe venir meno proprio per garantire ai cittadini di usufruire di produzioni cinematografiche e di intrattenimento di qualità. Di conseguenza, sarebbe possibile negoziare per ottenere maggiori aperture a film stranieri, provando anche a trattenere una percentuale più alta di ricavi, che in revenue sharing, modalità più profittevole, ammontano al 25%, una quota che può sembrare misera, ma che in realtà spesso supera le entrate sul territorio europeo. 

In ogni caso, nel futuro prossimo gli Studios, ed in particolare il colosso Disney, dovranno assicurarsi che le produzioni di punta, tra cui 007 ed ovviamente Mulan, vengano mandate in onda in contemporanea con gli Stati Uniti, in modo da evitare ulteriori perdite causate dalla pirateria. Successivamente, in forza della situazione post-emergenza, si potrebbero sostenere maggiori co-produzioni che permettono di aumentare il numero di film stranieri, seguendo una linea normativa più semplice e garantendosi l’apprezzamento certo del pubblico locale.

Come afferma Stanley Rosen, professore del US-China Institute, la certezza che ci è rimasta in questo settore è una sola: “è impossibile credere di creare un blockbuster hollywoodiano senza incorporare la Cina nella propria strategia” ed è questo che al di là della tecnologia e del ritorno al passato, gli Studios non devono dimenticare. 

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