comunicazione politica coronavirus

Sfido a trovare un solo Paese al mondo dove scienziati, medici e virologi hanno il livello di popolarità e di credibilità di Ilaria Capua, del dottor Rezza, di Roberto Burioni, di Ippolito e di Crisanti. Così come di Lopalco, Ascierto, Tarro, Brusaferro, Ricciardi e Galli. Nomi che hanno riempito e occupato la nostra quarantena e che sono diventati maestri di comunicazione per un motivo paradossalmente opposto a quello che, tradizionalmente, viene contestato al linguaggio scientifico nei media: l’astrattezza e la tecnicalità.

La specialità della pandemia e della condizione reclusiva ha imposto una comunicazione anch’essa di tipo speciale: molto attenta alla concretezza dei comportamenti e non solo alla trasmissione di contenuti simbolici. E così gli effetti si sono rovesciati: ad apparire chiari, impressivi e comunicativi sono apparsi i linguaggi degli esperti. Al contrario, il linguaggio dei politici è apparso scontato, rissoso, balbettante e stancante. Non c’è italiano che, dopo aver attentamente centillinato le parole dell’esperto in tv, non azioni il telecomando. Parzialmente diversa la situazione, ovviamente, per il personale di governo che ha goduto, anch’esso, della disponibilità diffusa alla comunicazione “tecnica”. L’empatia dei tecnici non è dovuta, stavolta, alla classica (e primitiva) relazione “magica” tra il “guaritore” e l’ammalato: un rapporto che affonda nei geni dalle origini di homo sapiens. Al contrario, medici, scienziati e virologi hanno occupato lo spazio mediatico della quarantena con un’inedita capacità di comunicazione “popolare”: quella che si pensa sia nella natura del linguaggio politico. Dalla spiegazione microbiologica, alla farmacologia, dalla complessa natura dei virus, alla matematica delle epidemie, fino alla sociologia e ai criteri della epidemiologia e, per finire, agli aspetti comportamentali delle persone: la scienza è apparsa, singolarmente, educativa, pedagogica, comunicativa.

La solidità reputazionale e internazionale dei nostri scienziati, aggiunta ad una generale impressione di affidabilità, competenza e capacità di ingaggio comunicativo, ha fatto impallidire la comunicazione politica. È difficile immaginare, quando torneremo alla normalità, che questa “novità” della comunicazione scientifica non lasci traccia. E direi, perfino, nostalgia nel mondo dei media. Dovrà rifletterci il mondo della “comunicazione”: c’è ormai un cleavage mediologico tra il linguaggio e i contenuti del mondo pre-Covid. Dopo la “rivoluzione” della comunicazione scientifica nell’emergenza del Covid-19, il contenuto e simbolismi del post-epidemia. La politica appare già oggi “primitiva”. La scienza sembra eoni vanti.

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